giovedì 18 luglio 2019

Quando l’antimafia era battaglia d’opposizione e Rosario Di Salvo non era poliziotto

GAFFE SUL SITO DELLA PROCURA DI PALERMO. Rosario Di Salvo, il braccio destro del segretario del PCI siciliano Pio La Torre, ucciso con lui dalla mafia, che nelle memorie di Stato diventa ‘agente di scorta’. Forse perché sarebbe stato naturale che un bersaglio della mafia avesse una scorta. Ma così non era fino agli anni ’80. Memoria e testimonianza di Vincenzo Vasile.
LA TORRE E DI SALVO LE ULTIME DUE VITTIME DELLA GUERRA FREDDA ITALIANA, CHE USAVA LA MAFIA COME STRUMENTO DI ESCLUSIONE A SINISTRA.

Sono entrato nel sito della Procura di Palermo per vedere il video girato da una televisione privata a Capaci, ed è un documento che ravviva il dolore e l’emozione di quel giorno. Mi è capitato di leggere sotto alla finestra del video, al centro della pagina principale, l’elenco degli “operatori della giustizia vittime di Cosa nostra”, che scorre ininterrottamente. Nome cognome qualifica professionale data dell’assassinio. A un certo punto passa sullo schermo il nome di Rosario Di Salvo, ucciso il 30 aprile 1982.

Ho un soprassalto: chi ha redatto quell’elenco deve ignorare completamente quella parte della storia d’Italia che è composta dalle pagine delle stragi e dei delitti di mafia, se Rosario (che stava alla guida della macchina nella quale perse la vita al suo fianco Pio La Torre), viene definito “agente di scorta”. Rosario non era un poliziotto. Era un militante comunista, collaboratore del segretario regionale del Pci, e lo portava ogni giorno per anni in macchina in un incessante giro di quartieri, di Comuni, di organizzazioni di partito, di incontri e manifestazioni.

Io, che conoscevo bene Rosario, uno che aveva scelto di lavorare al comitato regionale del Pci per una paga modesta e non sempre sicura, animato da passione politica intensa, affezionato a Pio come un figlio, di solito mi indigno perché le cronache lo definiscono erratamente “l’autista”, sminuendo la figura e il ruolo. Ma il fatto che oggi Di Salvo sia stato arruolato in morte in polizia mi dice tante cose, la cui durezza forse può servire a rinfrescare la memoria in giorni in cui si chiacchiera più o meno a sproposito di mafia e di crisi dell’antimafia.

Sciatteria, ignoranza? Chi ha attribuito l’attività e qualifica di “agente di scorta” a Rosario Di Salvo deve ritenere ovvio e naturale che una scorta di polizia fosse stata apprestata per il segretario regionale dell’unico partito che all’epoca avesse nel suo programma e nelle sue priorità conclamate la lotta alla mafia, per il presentatore di un disegno di legge per introdurre il reato di mafia nel codice e fare indagini e confische sui patrimoni, del combattente per la pace che riteneva l’installazione dei missili a Comiso un pericolo anche per il rischio di infiltrazioni e trame di servizi stranieri.

Invece no. Pio non aveva scorta. Né aveva una macchina blindata. Semmai dalle carte dell’inchiesta sul delitto è saltato fuori che i servizi segreti italiani lo pedinavano come pericoloso, potenziale o sospetto agente dell’Est, e non si erano accorti della strage imminente, togliendo qualche giorno prima anche il pedinamento che era durato per anni con tanto di controlli e perquisizioni e rapportini informativi sulla biancheria usata da La Torre, sugli incontri politici, sulle assemblee, sulle manifestazioni, sulle riunioni. C’erano degli agenti attorno a lui, ma per spiarlo.

A quelle riunioni Rosario Di Salvo partecipava, attento e competente, e mi sono trovato spesso a commentare con lui quell’intervento, quel comizio, quel dibattito. E Di Salvo non aveva uno stipendio dallo Stato, ma lavorava per il partito, per La Torre. Non aveva una divisa, indossava di solito un maglione, sotto il quale teneva una pistola, che odiava e che non bastò a fermare i kalashnikov della mafia.

Per tanti anni l’antimafia è stata questo: una battaglia di opposizione, dell’opposizione. Di una minoranza, e forse non di tutte le minoranze. La Torre e Di Salvo sono le ultime due vittime della Guerra fredda italiana, che usava la mafia come strumento di esclusione a sinistra.

Ora che c’è un’antimafia di Stato, perché poliziotti e magistrati sono stati finalmente utilizzati appieno per combattere fino in fondo la mafia, e l’antimafia sociale arranca e si divide quando dall’indignazione deve passare a una costante mobilitazione, bisognerà coltivare con maggiore attenzione la memoria, evitare scivoloni e gaffe sulla memoria delle vittime, perché – come dice il testo che ho trovato nel sito della Procura di Palermo – “ricordare il passato aiuta a costruire un futuro migliore”.

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