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mercoledì 16 Ottobre 2019

Oltre la Libia il caos Sahel e l’islam africano dopo Gheddafi

Per la storia, quasi certamente il britannico Cameron e il francese Sarkozy saranno incolpati del disastro Libia per l’avventata ‘liberazione’ da Gheddafi. Tempi e modi dell’evento. Non per rivalutare il vecchio tiranno, ma per ciò che è venuto dopo. La devastazione del Sahel come seguito ha radice alla guerra del 2011, una guerra che si trasforma subito nel caos che perdura ancora oggi.

Se la Libia, dopo i numerosi Vertici organizzati dall’ONU, è guidata da tre Governi con i rispettivi ministri e registra oltre 1.700 milizie in lotta fra loro, non è da meno il Sahel, divenuto terreno di scontro privilegiato.
La caduta del regime gheddafiano provoca l’immediato ritorno dei tuareg reclutati dal Gheddafi, il contrabbando dell’ armamento saccheggiato dalle caserme libiche e una serie di conflitti in tutto il Sahel, iniziando dal vicino Mali.

Appena un anno dopo, si riversano in Mali milizie di diverso orientamento: il “Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad” (Mnla), che riunisce i tuareg indipendentisti; milizie vicine ad “Al Qaeda in the Islamic Maghreb” (AQIM); Ansar Ed-Dine, guidate dal tuareg Ag Ghaly, che intende instaurare la “shari’a” (legge islamica); il “Movimento per l’Unicità e il Jihad in Africa Occidentale” (Mujao), di fatto operante con contrabbandieri.

Non manca l’immediato intervento francese che con autorizzazione ONU a dicembre 2012 avvia l’ “Operazione Serval” prevista per 6 mesi e poi prorogata con l’ “Operazione Barkane” tuttora operativa con 3 mila soldati attivi in Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger supportata da soldati africani e della Nazioni Unite.
Insomma, le vecchie colonie francesi, senza neppure tentare di far finte che…

Allargando l’orizzonte su questa “zona grigia” con frontiere porose perché mai legittimate al momento della decolonizzazione, la realtà sul terreno narra di esplosione demografica, fragilità climatica con erosione delle zone agricole, assenza di prospettive per i giovani, contrabbando di droga armi e persone, corruzione istituzionale diffusa, apparati di sicurezza inadeguati.

In Nigeria i militanti del Boko Haram (L’Occidente è peccato) guidati da Abubakr Shekau, sincresi di criminalità e terrorismo, dalla sua roccaforte nello Stato di Borno, a Est, compie attentati nel Nord del Camerun e all’Ovest in Ciad, con un bilancio che, tra il 2009 e il 2015, supera le 17 mila vittime.
Nel 2015 Boko Haram si allea con Daesh come fanno i gruppi Mujao, Ansar Beit al Maqdis in Sinai, Majilis Chura Chabab al Islam in Libia e frazioni di al-Shabaab in Somalia.

L’osmosi dei militanti del Sahel si avviene dall’anno successivo alla morte di Gheddafi, anche verso Al Qaeda, da parte di gruppi di al Shabaab somalo, “Fronte di liberazione del Macina” (Flm), Ansar ed-Dine, Al Murabitun – nato dalla fusione con il Mujao e i Firmatari del sangue – creato nel 2012 da Belmokhtar.

Nel Nord della Nigeria, l’attuale presidente, Muhammadu Buhari, originario di quella zona ed eletto nel 2015, avvia la lotta contro la corruzione, promuove una cooperazione regionale ma non riesce a fermare Boko Haram per la perdurante collusione di politici e militari con il movimento terrorista.

In realtà, la popolazione dell’intero Sahel, sunnita di scuola malikita e con pratiche sufi-animiste, subisce l’influenza di un Islam rigorista finanziato da Paesi arabi che hanno aperto moschee e scuole coraniche attraverso associazioni del Qatar, fondi sauditi, legami tra il Marocco e l’Flm.
Ricaduta negativa sul Sahel hanno anche avuto le vicine guerre scatenate in Iraq, Libia e Siria.

Nel 2016, altri due paesi, Costa d’Avorio (già in pericolo nel 2011) e Senegal, aderenti alla “lettura evoluzionista” dell’Islam, registrano una forte crescita del salafismo che accusano di avere radicalizzato numerosi giovani inducendoli a recarsi in Siria per riunirsi a Daesh e combattere contro quel regime.

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