Privacy Policy
giovedì 19 Settembre 2019

Libia, Isis all’attacco con un attentato kamikaze

Un colpo, durissimo all’illusione che la cacciata dell’Isis potrebbe essere una «passeggiata», spiega Guido Ruotolo, che svela un grave attentato kamikaze praticamente occultato. Libia moderna Tela di Penelope, passi avanti a Vienna e arretramento sul campo. I francesi e gli egiziani con Haftar, gli inglesi con Misurata, noi, gli americani e altri alleati con Serraj. Fare un passo indietro tutti?

Un colpo, durissimo. All’illusione che la cacciata dell’Isis potrebbe essere una «passeggiata». Trenta morti e centinaia di feriti a Buerat al Kusuun, a una sessantina di chilometri da Sirte. Secondo le prime notizie che arrivano dal «fronte» un kamikaze dell’Isis si sarebbe fatto saltare in aria con il suo camion carico di tritolo, uccidendo i miliziani di Misurata e della Tripolitania che hanno
iniziato l’offensiva per liberare Sirte.

Ė come se la Libia fosse diventata una moderna Tela di Penelope. Dopo il vertice di Vienna, dove effettivamente si erano fatti dei passi in avanti, è arrivata la doccia fredda del generale Khalifa Haftar che ha provato a far saltare il banco.
Non gli sta bene il governo Serraj, non stima il mediatore dell’Onu Martin Kobler. Non sa che farsene dell’Onu. Insomma, per Haftar è tutto pollice nero.

Ma nonostante Haftar, dietro le quinte qualcosa di positivo si sta muovendo: il consulto di Vienna si è chiuso martedì con l’annuncio (trionfale) che la coalizione internazionale non avrebbe inviato truppe speciali di terra in Libia.
Una non notizia per due buoni motivi: il primo è che il presidente designato Sayez el Serraj l’ha sempre dichiarato ufficialmente. In una intervista alla “Stampa” del 15 gennaio scorso escluse la richiesta alla coalizione internazionale di truppe e chiese all’Onu, invece, la fine dell’embargo delle armi, addestratori e tecnologie.
In sostanza appoggio aereo, nel caso dovesse servire, armi e militari per
addestrare e ricostruire l’esercito e la polizia oggi frantumati in
centinaia di milizie.

Il secondo motivo è che istruttori, reparti d’ėlite inglesi, francesi e americani sono già in Libia, e da tempo. Un problema, questo, non da poco perché è proprio la Babele di presenze internazionali che rischia di mettere in crisi ogni fragile tentativo di stabilizzazione del Paese.
Sono ore drammatiche, queste. In attesa di saperne di più sulle cause della caduta del volo Parigi-Il Cairo, le notizie che arrivano dalla Libia sono importanti.

Le milizie di Misurata e alcune della Tripolitania si trovano a una cinquantina di chilometri da Sirte, roccaforte dell’Isis, anche se andrebbe specificato che sono molto radicate le presente di milizie
gheddafiane, che si richiamano al dittatore che era nato proprio a Sirte.
Ma Sirte, appunto, è diventata la battaglia decisiva per sconfiggere l’Isis in Libia.
E che Misurata e milizie tripolitane si stiano avvicinando alla città di Gheddafi è un segnale che mette in crisi la strategia politica e militare di Haftar.

Purtroppo l’attacco kamikaze di stamani conferma che la guerra sarà cruenta. E c’è anche chi afferma che il vero problema sia Bengasi più che Sirte. Nella capitale della Cirenaica dove Ansar El Sharia e Daesh, Isis, contano su centinaia se non migliaia di simpatizzanti libici.
Da tre settimane il generale appoggiato dal regime egiziano, dalla Francia di Holland e dagli Emirati Arabi, ha annunciato che era iniziata la (lunga) marcia per liberare Sirte.

Ad oggi non è chiaro dove si trovino le milizie di Haftar ma appare evidente che non sarà lui il «liberatore» della Libia, e dunque non sarà incoronato re. Lui, al pari delle altre milizie e città libiche, è sicuramente uno dei protagonisti dell’offensiva per cacciare l’Isis.
A Vienna, dunque, qualcosa di importante è successo. Dietro le quinte sono continuati i contatti, gli incontri tra le diverse componenti libiche.

Anche chi in questi mesi è stato un fiero oppositore del presidente Serraj oggi comincia a ragionare con una diversa prospettiva, aiutato anche da una nuova disponibilità del Consiglio Presidenziale di Fayez el Serraj.
Gli oppositori hanno sempre contestato l’immobilismo di Serraj rispetto ai gravi problemi economici della Libia e la scelta della rosa di ministri. Adesso, sembra che Serraj sia disponibile a rivedere l’elenco dei ministri.
Le incomprensioni e i contrasti personali devono essere superati.

L’altro giorno sono volati in Egitto sia esponenti del Consiglio Presidenziale che il presidente del Parlamento di Tobruk, Aghila Salah.
Purtroppo Aghila ha rifiutato un incontro diretto con Serraj. E oggi, intervistato dal giornale arabo “Alsharaq Alawsat” è stato durissimo contro Serraj, molto più radicale dello stesso Haftar.
Il nodo da sciogliere è quello del voto favorevole del Parlamento di Tobruk, scaduto il 20 ottobre scorso, al nuovo governo Serraj.

Si può trovare una soluzione accettabile ma il rischio è che il quadro si complichi proprio per la presenza in Libia di attori stranieri.
I francesi e gli egiziani con Haftar, gli inglesi con Misurata, noi, gli americani e altri alleati con Serraj.
Forse sarebbe proprio il caso che tutti i paesi della coalizione facessero un passo indietro. E che gli
estremisti dei diversi schieramenti siano messi in pensione.

Potrebbe piacerti anche