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venerdì 20 Settembre 2019

Il vertice di Roma sull’Africa tra muri, ponti e affari

Ponte fra civiltà, culture, nazioni, popoli, mentre di arcate, piloni e progetti se ne vedono pochi. Il vertice di Roma sull’Africa letto da Massimo Nava da Parigi. Sulla carta, tanti buoni propositi: guardare all’Africa come a un’opportunità di sviluppo, di investimento. Ma assieme tre emergenze: esplosione demografica, terrorismo, corruzione dilagante.

Al di là di qualche nota retorica di troppo -l’immagine del ponte fra civiltà, culture, nazioni, popoli é inflazionata, mentre di arcate, piloni e progetti se ne vedono pochi- il vertice di Roma sull’Africa ha messo, almeno sulla carta, tanti buoni propositi e soprattutto imposto una lodevole svolta di ordine politico e culturale: guardare all’Africa come a un’opportunità di sviluppo, di investimento, persino di affari e, in fin dei conti, guardare all’Africa con un po’ di sano egoismo, nel senso che lo sviluppo del Continente nero potrebbe sul medio e lungo periodo ridurre l’impatto dei flussi migratori e aumentare l’import-export delle imprese europee.

Ma le cose stanno davvero in questi termini? L’impegno é realistico o illusorio? Ci sono dati e fatti che vanno messi in fila, combinati e analizzati. E’ vero che l’Africa cresce, molto più dell’Europa e dell’America Latina. E’ vero che la quota di laureati, di imprese, di classi medie aumenta. E’ vero infine che l’Africa sta migliorando, sia pure lentamente, nell’ambito delle strutture statuali e dei tassi di corruzione, esercizio della democrazia, ricambio delle classi dirigenti.

Ma l’Africa nel suo complesso (le aree a nord, molto piú che a sud) è di fronte a tre enormi emergenze di cui non si vedono all’orizzonte soluzioni che lascino sperare in un’inversione di tendenza.

La prima emergenza è quella demografica, con proiezioni drammatiche entro il 2050: quattro miliardi di individui, la maggior parte giovani. É un dato che sconvolge qualsiasi impegno e speranza di crescita equilibrata, migrazioni controllate, sviluppo politico e sociale.

La seconda è l’instabilità terroristica, soprattutto nel Maghreb e nell’area sub saariana, che si accompagna alla diffusione dell’islamismo radicale e a cronici conflitti etnico religiosi, lontani dalle cronache dei giornali ma tutt’ora in corso. (In Burundi e Repubblica democratica del Congo racconteremo presto nuovi genocidi).

La terza è connessa all’esplosione demografica che si concentra soprattutto nelle aree urbane e che ha conseguenze devastanti sul clima, sui livelli di microcriminalità, sui traffici di droga e esseri umani, sui meccanismi di esclusione sociale.

Di fronte a queste emergenze, i pur lodevoli impegni ribaditi a Roma hanno messo ancora fra parentesi alcuni dati di fatto e nascosto molte responsabilità europee e mondiali. Le vendite di armi ai governi e regimi africani proseguono a ritmo incessante. In prima fila Stati Uniti, Russia, Francia, Cina e Italia.

E’ lungo l’elenco delle proprietà di governanti e funzionari africani nei quartieri più lussuosi di Londra e Parigi. Nessuno sa calcolare a quanto ammontino risparmi, investimenti, depositi e capitali africani nelle banche svizzere e europee.

Se solo analizzassimo l’esempio Libia – eliminazione di Gheddafi per scelta francese, conflitto d’interessi e alleanze persino fra Paesi europei, guerra civile, enormi depositi e ricchezze ancora da spartire fra fazioni in lotta, migrazioni e traffici sui migranti – comprenderemmo molto dell’Africa e del futuro che ci attende. Ma sapremo anche un po’ di più sulle responsabilità del disastro.

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