mercoledì 17 luglio 2019

Turchia protagonista strategica sul Mare Nostrum dove l’Italia balbetta

Turchia sempre più armata reprime in casa e minaccia fuori. E l’Italia? L’Annual Defence Budgets Report di IHS Jane’s dice che Ankara ha speso per la Difesa 16 miliardi di dollari nel 2015, meno dell’Italia, ma molto di più (il 2,2 per cento contro l’1 scarso) in percentuale del Prodotto Interno Lordo; quello turco è meno della metà di quello italiano.

1. La Turchia e l’Italia, interessi nazionali e strategici, tanti diversi elementi, fatti circostanze, messi assieme dal direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani che ne trae sue conclusioni. Inconfutabili i dati. Ed esempio, l’Annual Defence Budgets Report di IHS Jane’s, ci dice che Ankara ha speso per la Difesa 16 miliardi di dollari nel 2015, meno dell’Italia, ma molto di più (il 2,2 per cento contro l’1 scarso) in termini di Prodotto Interno Lordo; quello turco è meno della metà di quello italiano.

2. Con quel denaro Ankara sostiene forze militari di quasi mezzo milione di effettivi, il più grosso esercito Nato in Europa, e ha programmi di riarmo con cui punta ad essere autosufficiente nella produzione di sistemi d’arma entro il 2023, mentre la sua flotta, 24 navi da combattimento maggiori, 20 minori e 13 sottomarini, supera già oggi per tonnellaggio quella italiana e presto disporrà di una portaelicotteri da assalto anfibio.

3. Ma perché questo confronto, mica dobbiamo farci la guerra? Nessuna ostilità, anzi, dichiarata amicizia con la Turchia nonostante i problemi che pongono le strette illiberali di Erdogan in molti campi. Resta da osservare che la Turchia di Erdogan sta proponendosi come potenza regionale più attraverso la sue forze armate che attraverso la sua economia non più fiorente e la sua valuta a sua volta indebolita.

4. Una Turchia spregiudicata come la sua classe politica quella che si intravvede. Esempio lampante, i 6 miliardi pretesi dall’Ue per fermare i flussi migratori in parte ‘originati’ dalla stessa Turchia, mentre Erdogan ha mandato subito dopo al diavolo l’Europa che chiedeva una revisione della legge antiterrorismo turca che oggi consente di incarcerare chiunque contesti il governo. Ma contro Ankara neppure l’idea di una sanzione modello Mosca.

5. Analisi Difesa fa la sua parte, come da titolo. La Turchia come potenza dal Mediterraneo all’Asia Centrale, dal Golfo Persico alla Somalia, mentre l’Italia o dorme, o delega all’Eni, o va a rimorchio dell’ONU, della NATO o della UE che certo non perseguono gli interessi nazionali dell’Italia. Vero o parzialmente vero, ma che c’entra la Turchia? Alcuni esempi di dove e come la Turchia c’entra con l’Italia e la sua fragile politica estera.

6. In Libia il governo targato ONU di Fayez al-Sarraj è riuscito a mettere piede nella base tripolina di Abu Sittah solo dopo un vertice a Istanbul, e le milizie islamiste che lo sostengono -Salafiti e Fratelli musulmani- hanno come punto di riferimento Turchia e Qatar, non certo l’Italia. Ankara, insieme a Doha, ha un ruolo guida almeno in una regione, la Tripolitania, che l’Italia strappò all’impero ottomano più di un secolo fa.

7. Grande successo per Ankara e risultato indigeribile per l’Egitto e gli alleati sauditi, degli emirati e i francesi che appoggiano il governo laico di Tobruk e le milizie del generale Khalifa Haftar. Oggi -valutazione di diverse fonti di analisi- il peso di Ankara in Libia è decisivo molto di più di quanto possa esserlo quello dell’Italia, vedi il mancato aiuto delle forze di Tripoli nella vicenda dei 4 ostaggi italiani catturati a Melitha, per il sostegno italiano a Tobruk.

8. Altra valutazione di Analisi Difesa: Roma sarebbe riuscita a compromettere anche i rapporti con Haftar rifiutandogli aiuti militari che Parigi ha concesso senza troppa pubblicità, e appoggiando l’esecutivo al-Sarraj che, sarà pure sostenuto dalla comunità internazionale, ma nei cui territori l’influenza italiana appare del tutto marginale -ENI a parte- col risultato che in Cirenaica qualcuno ha organizzato un po’ di bandiere italiane in fiamme per diffusione internet.

9. Poi in Somalia, altra ex colonia italiana, dove Roma guida una missione militare addestrativa della Ue, e dove i turchi sono sbarcati in forze. Prima con programmi di sviluppo che hanno visto la ricostruzione del porto nuovo di Mogadiscio, che è ora a gestione turca, la realizzazione del nuovo terminal dell’aeroporto, di un ospedale, di strade a doppia corsia illuminate grazie a pannelli solari e persino la fornitura dei mezzi per il servizio di raccolta dei rifiuti.

10. Ma soprattutto con un programma di assistenza militare che prevede la costruzione di una base militare in grado di accogliere sino a 2 mila militari. Inizialmente i militari turchi saranno alcune centinaia con compiti di presidio e addestramento dei battaglioni somali destinati a combattere le milizie qaediste Shabab e quello dello Stato Islamico che hanno da poco preso piede anche in Somalia. Poi si vedrà.

11. Mentre i turchi in pochi mesi realizzano la base a Mogadiscio, in Italia si discute da tre anni se aprire una missione militare nazionale di assistenza all’esercito somalo, svincolata dalla missione Ue Eutm-Somalia, ma finora nessuno ha preso decisioni in proposito. In compenso abbiamo aperto da anni una base logistica a Gibuti dove l’influenza italiana è destinata a restare del tutto simbolica, schiacciata dalla massiccia presenza francese, statunitense e -pare- anche cinese.

12. Ma il vero capolavoro da “grande potenza” della Turchia è rappresentato dalla realizzazione di una vasta base militare in Qatar che ospiterà 3 mila militari, forze terrestri, speciali, aeree e navali. Realizzata con fondi dell’emirato, la base sarà pronta nel 2018 e verrà guidata da un generale di brigata turco con compiti di consulenza e addestramento alle truppe di Doha e forse anche a milizie panarabe legate alla Fratellanza Musulmana.

13. Con la base nell’emirato che già ospita nell’aeroporto militare di al-Udeid il quartier generale delle forze aeree del Central Command Usa per le operazioni in Iraq, Siria e Afghanistan, la Turchia entra nel club ristretto delle potenze che dispongono di infrastrutture militari nel Golfo Persico con Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. I turchi sono di fatto interlocutori con i quali tutti devono fare i conti per gestire le crisi aperte nel Mediterraneo e in Medio Oriente

14. Sul fronte siriano i turchi restano in contrasto con la Russia -eufemismo di quasi guerra- anche se iniziano a combattere lo Stato Islamico che fino a ieri avevano sostenuto contro curdi e Assad, mentre in Iraq condizionano il governo sciita di Baghdad con un battaglione meccanizzato a nord di Mosul, nel settore curdo. La politica di Erdogan ha creato alla Turchia seri problemi con quasi tutti i suoi vicini -Siria, Russia, Ue- ma la fanno interlocutrice decisiva in tutte le crisi di area.

Difficile poter dire altrettanto dell’Italia.

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