E adesso tutti guardano a Vienna. Come se un Metternich di turno potesse disegnare con un gessetto sulla lavagna, risolvendoli, tutti i problemi politici e diplomatici della Libia.
La Comunità internazionale avverte la mancanza di una prospettiva chiara, e dunque affida a Vienna l’ultima chanche, come se questo appuntamento fosse l’ultima spiaggia. La comunità internazionale appoggia il presidente incaricato della Libia pacificata, Fayez al Serraj, che già da più di un mese è a Tripoli, asserragliato nella base navale, protetto da quelle milizie che secondo l’intesa siglata tra le parti nella Conferenza che si è svolta in Marocco sotto l’egida del mediatore delle Nazioni Unite, Martin Kobler, dovrebbero trovarsi a 100 chilometri dalla Capitale.
Il consulto al capezzale della Libia vorrebbe poter trovare una soluzione duratura. Avrebbe bisogno, però, di un moderno Lawrence d’Arabia in grado di risvegliare il senso di appartenenza di una nazione, di un popolo sull’orlo della separazione, la Libia appunto.
Mai come in queste settimane il rischio di una spartizione a tre della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) è forte. Ė un rischio, più un fantasma che viene agitato come strumento di pressione mediatica che un progetto concreto, fattibile.
La Libia ha conosciuto, con la Primavera del 2011, un Moderno Napoleone, il presidente francese Sarkozy, che con i bombardamenti ha saputo liberare Bengasi dai carri armati del regime di Gheddafi sull’orlo ormai del disfacimento. E Sarkozy è diventato un eroe per la Cirenaica.
Oggi a Vienna le diplomazie alleate proveranno a realizzare un progetto quasi impossibile: creare una cabina di comando in cui le forze del generale Haftar e quelle che rispondono al Presidente Serraj si coordinino per sferrare l’attacco all’Isis che occupa Sirte.
Cercano l’unità del Paese, le forze internazionali, ma contemporaneamente provano a spaccare il Parlamento legittimo di Tobruk, scaduto ormai dal 20 ottobre scorso, per ottenere una legittimazione istituzionale del governo Serraj.
Sayez el Serraj, il presidente incaricato, vive di turismo diplomatico. È sempre all’estero, in cerca di sostegno. I libici, con i loro problemi, la mancanza di liquidità delle banche, i pozzi petroliferi chiusi, la presenza dell’Isis a Sirte, la presenza di bande jihadiste nella Cirenaica e anche nella Tripolitania, sopravvivono. Non hanno sogni nel cassetto, vanno a letto con la speranza di svegliarsi con qualche problema risolto.
Preoccupa il Fezzan, il sud, il deserto libico teatro di scorribande di gruppi terroristici islamisti. Secondo fonti di intelligence anche i nigeriani di Boco Haram.
Oggi Vienna proverà a dare risposte. Avendo deciso la comunità internazionale di puntare tutte le sue carte su Serraj, anche se potrebbe rivelarsi un cavallo sbagliato. Anche se la saggezza dovrebbe imporre di assecondare gli orientamenti di un Paese, la Libia, che potrebbe ancora desiderare di affrontare e risolvere da soli i problemi.
Se la Francia appoggia con l’Egitto il generale Haftar, se gli inglesi sostengono Misurata, e gli altri Paesi come l’Italia i tentativi di Serraj, cosa accadrà se non si dovesse trovare una convincente intesa che vada bene a tutti?