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giovedì 17 Ottobre 2019

Thyssen e non solo. Per i morti sul lavoro qualcuno va in galera

Thyssen, i quattro dirigenti italiani ritenuti responsabili per la morte dei sette operai nel rogo dello stabilimento Thyssen nel 2007 a Torino, sono già in carcere. Presentati volontariamente. Procedura in corso per i due tedeschi che quasi certamente sconteranno la condanna in un carcere in Patria. Il significato anche morale della sentenza, le incertezze giudiziarie sino alla vigilia 

Non c’è pena compensativa per quelle morti, per nessuna morte. E non c’è spirito di vendetta ma richiesta di semplice giustizia tra i familiari di quelle sette vittime bruciate vive mentre stavano lavorando. Solo giustizia. Ora la sensazione -per una volta- che le regole umane di convivenza regolate dalle leggi abbiano saputo dare giustizia anche nel difficile accertamento delle colpe nelle morti sul lavoro. Tante, troppe, da sempre.

Quindi la non consueta percezione che la Giustizia maiuscola, è anche possibile. Anno più o meno di pena contabilizzato, senza spirito di vendetta, per affermare anche nel mondo del lavoro il concetto di responsabilità, colpa e pena, carcere, e non solo soldi di indennizzi umani e di sentimenti sempre iniqui rispetto al dolore di chi resta.

Nobile la reazione composta dei familiari presenti in Cassazione, alla sentenza. Non giubilo, perché la galera è sempre cosa terribilmente severa e seria. Due concetti base da parte loro. “Una vittoria per noi e per tutte le vittime morte sul lavoro”. Quindi, giustizia collettiva nei confronti dei troppi che perdono la vita per incidenti sul lavoro.
“Ora – dicono mamme e vedove tutte insieme – possiamo andare dai nostri ragazzi al cimitero e dire che finalmente c’è stata giustizia e ci sono pene severe, anche se il nostro dolore è per sempre”. Quindi, giustizia per i morti e qualche vita salvata per i vivi sul lavoro oggi.

L'attesa delle sentenza di fronte alla Corte di Cassazione
L’attesa delle sentenza di fronte alla Corte di Cassazione

Senso del pudore -e mancherebbe pure che così non fosse- da parte di Thyssenkrupp, con una ‘quasi’ ammissione di colpa. “I tribunali italiani hanno dovuto affrontare il difficile compito di valutare penalmente il tragico incidente di Torino e le sue terribili conseguenze per i nostri collaboratori e i loro familiari”. Il cordoglio alle vittime e alle loro famiglie, una parola anche per la pena di quelle dei carcerati. Poi una promessa per il futuro. “Faremo il possibile affinché tale disgrazia non accada mai più”. Sarà molto meglio anche per voi. Sia chiaro a tutti gli imprenditori e i capi azienda.

La cronaca, ma non solo. La Cassazione ha confermato le condanne dell’appello bis nei confronti dei sei imputati per il rogo alla Thyssen nel quale, nel dicembre 2007, morirono 7 operai. E’ stato così confermato il verdetto della Corte d’Assise d’Appello di Torino del 29 maggio 2015. Anche se forse quella corte non aveva fatto bene i conti sulle pene, regolato da precise norme di legge.

E così arriviamo all’apparente solo cattivo di questa storia tragica comunque con un finale meno triste. Il sostituto procuratore generale della Cassazione, Paola Filippi, aveva chiesto di annullare le condanne e tornare il Corte d’Assise per un errore di calcolo delle pene di cui abbiamo detto sopra.
Problema drammatico per il magistrato che, in Cassazione, non deve entrare nel merito dei fatti, ma certificare il rispetto delle regole processuali.

La magistrato Paola Filippi -che certamente capiva lo sconcerto che avrebbero suscitato le sue richieste- ha ritenuto di doversi attenere rigidamente a quella interpretazione del suo ruolo. La Corte ha deciso diversamente portando a compimento un difficile percorso di giustizia.

Commento finale a Raffaele Guariniello, il magistrato oggi a riposo a cui va buona parte del merito di questa conclusione. Da procuratore aggiunto a Torino, Guariniello chiuse le indagini sull’incendio in due mesi e 19 giorni. “Sono i processi – commenta – ad essere lunghi. Troppo lunghi”.

9 anni e ½ dopo quella dannata notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 in cui sette operai dello stabilimento di Torino muoiono investiti da una fuoriuscita di olio bollente in pressione che aveva preso fuoco.
I loro nomi erano: Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino.

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