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lunedì 18 20 Novembre19

Corea del Nord e il Kim neo presidente troppo facili cattivi

Il Presidium della Suprema assemblea del popolo ha acclamato Kim Jong-un presidente della Repubblica della Corea del Nord. Ma ambedue, Paese e Guida Suprema, Kim Jong-un, non godono di buona stampa. Frequenti esperimenti nucleari e lanci di missili balistici fanno il resto. Il 6 maggio è iniziato il settimo congresso del Partito dei Lavoratori, il locale partito comunista che dal 1948 tiene al potere la dittatura familiare dei Kim. Riprovazione e scherno, rileva Michele Marsonet, proprio tutti giustificati? La virtù del dubbio non tanto per il Kim quanto per le virtù discutibili dei suoi nemici.

Giornali e blog sono invasi, in questi giorni, da articoli sulla Corea del Nord e sul congresso del Partito dei Lavoratori, ovvero il locale Partito comunista. Il primo, tra l’altro, che si celebra dopo ben 36 anni.
L’avvenimento è importante per molti motivi, non ultimo la tensione internazionale scatenata dai frequenti esperimenti nucleari e lanci di missili balistici da parte di Pyongyang, con rischi evidenti in un’area geopolitica tutt’altro che tranquilla.
Eppure il tono di riprovazione – per non dire di scherno – pressoché unanime che si ritrova negli articoli suddetti lascia un po’ perplessi, e fa venire al sottoscritto una gran voglia di uscire dal coro comportandosi da bastian contrario. E pazienza se molti non concorderanno con ciò che scrivo.

Una premessa necessaria e doverosa. Da alcuni decenni stiamo assistendo al trionfo di una globalizzazione di marca inconfondibilmente occidentale, e centrata su idee e valori che gli Stati Uniti e i loro principali alleati vogliono trasmettere, a tutti i costi, in ogni area del nostro pianeta.
Il presupposto di fondo è che tali idee e valori siano intrinsecamente “buoni” perché portatori di libertà, progresso, sviluppo economico e benessere diffuso. Chi non la pensa così entra subito nel campo dei reprobi (o dei “cattivi”, se si preferisce questo aggettivo).

E’ un problema serio. Non è certo un caso che Hillary Clinton, probabile futuro Presidente Usa, abbia basato proprio su tale presupposto la politica estera americana durante il suo mandato al Dipartimento di Stato. E, fatto ancor più significativo, è sempre il presupposto di cui sopra a costituire il fulcro del suo attuale programma elettorale. Ragion per cui possiamo attenderci, se vincerà in novembre, un’intensificazione del processo di globalizzazione inteso nel senso specificato poc’anzi.
Del resto lo scrive lei stessa affermando che “nel mondo interconnesso le società eterogenee e cosmopolite hanno più vantaggi rispetto a quelle chiuse e omogenee, trovandosi in una posizione favorevole per beneficiare delle reti commerciali, culturali e tecnologiche in espansione e far tesoro delle occasioni offerte dall’interdipendenza globale”.

Si dà tuttavia il caso che parecchi governi di altre nazioni non siano affatto d’accordo con quanto sostengono la Clinton e, soprattutto i circoli economici che finanziano lautamente le sue campagne (George Soros, per citare un solo caso eclatante). Non lo sono, per esempio, Russia e Cina, che preferiscono puntare su forme diverse di sviluppo e di organizzazione politica.
E non lo è, come tutti sanno, la piccola Corea del Nord, che ha fatto dell’autarchia e dell’indipendenza – anche culturale – dal modello di sviluppo dominante la propria bandiera. Il cosiddetto “regno eremita” questa indipendenza vuole conservarla a ogni costo, incurante dei rischi cui si espone sul piano soprattutto militare.

Ci si può chiedere, allora, perché mai gli Stati Uniti abbiano il diritto di “esportare” anche qui il loro stile di vita e la propria ideologia, magari con la forza. Un simile diritto non esiste e, se viene appoggiato da organismi internazionali, è solo a causa dell’influenza predominante che in essi gli americani esercitano.
Naturalmente le obiezioni al mio ragionamento sono scontatissime. Una fra tutte. Se Kim Jong-un aprisse il Paese lasciando libertà di voto, quale sarebbe la scelta dei cittadini nordcoreani? Probabilmente – come sta accadendo in Vietnam – i giovani sarebbero affascinati dagli smartphone e dalla possibilità di pranzare nei fast food tipo McDonald’s. Ma è – questo – davvero un “bene”?

Senza pretendere di convincere i dubbiosi, mi accontento soltanto di proporre alcuni spunti di riflessione, invitando a diffidare degli articoli di stampa quando lasciano intravedere un pericoloso unanimismo.

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