• 28 Febbraio 2020

Il piissimo Giulio Andreotti, detto Belzebù, 3 anni dopo

Belzebù, il piissimo Giulio Andreotti, se ne andò il 6 maggio 2013, tre anni e un giorno fa, nella sua casa di corso Vittorio Emanuele, a Roma. L’ho conosciuto e frequentato a lungo, soprattutto perché Andreotti aveva una rubrica fissa su L’Europeo, e spesso dovevo andare nel suo ufficio per farmi “tradurre” i suoi fogli scritti a mano con una grafia minuscola non sempre riconoscibile che nessuno di noi in redazione si sentiva di “interpretare”. Gli incontri erano nel suo studio in piazza di S. Lorenzo in Lucina, e così Andreotti, sempre gentilissimo, traduceva.

Nei dieci anni di frequentazione “da vicino”, spesso ho riso per le sue battute pronunciate con voce lieve e gentile, ma a volte feroci nella sostanza. In una intervista a Oriana Fallaci raccontò: “Alla visita di leva il medico mi disse che avevo sei mesi di vita. Anni dopo l’ho cercato per dirgli che ero ancora vivo. Era morto lui”.
E poi: “Un cardinale una volta mi chiese perché nella mia corrente, nella Dc, militassero personaggi discutibili. Mi è scappata una risposta un po’ osè: “Un grande albero per crescere ha bisogno di letame alle radici”.
Ho avuto parecchie frequentazioni con Andreotti, e non ho nessuna difficoltà ad ammettere che l’arguzia dell’uomo era impressionante, perché sempre rispettosa nella forma ma tagliente quando voleva “affondare” un colpo.

La prima volta che conobbi Andreotti fu tanti anni fa, quando dirigevo un giornale malandato, il Quotidiano del Lavoratori, a Milano, e mi venne un’idea balzana: intervistare il presidente del Consiglio. Sì, lui, Andreotti. Parlai con la segreteria di Palazzo Chigi, e dopo un’ora giunse la risposta: affermativa.
Non me lo aspettava affatto, ma la segreteria di Palazzo Chigi mi diede data e ora per l’incontro. Io pensavo che sarebbe stato un incontro breve, invece Andreotti per due ore rispose a tutte le domande, da riempire il registratore, e non chiese di rileggere il testo scritto [altro che Riina junior da Vespa].
Il Bastian corse nell’ufficio romano del Quotidiano (in uno scantinato) e sbobinando gli venne un’idea balzana: nel poco tempo a disposizione (il giornale a Milano “chiudeva” alle sei prima di andare in tipografia) meglio fare un ampio comunicato stampa, con le parti più interessanti dell’intervista.

Manda il comunicato, e nel giro di dieci minuti arrivato telefonate furibonde del vicedirettore del Corriere, del direttore del Messaggero e di altri quotidiani nazionali con una domanda: “Ma perché proprio a te?”. La stessa domanda che mi facevo io, mandando il comunicato per fax a tutti i giornali, prima di correre a prendere il treno.
La mattina dopo, a Milano, vedo che tutti i giornali hanno in apertura l’intervista, con moltissimo spazio. C’era solo un giornale che non aveva niente: Il Quotidiano dei Lavoratori (che chiudeva in tipografia a un’ora impossibile per pubblicare anche solo i comunicati). Lo scoop l’aveva fatto Andreotti.

Daniele Protti

Daniele Protti

Daniele Protti, è giornalista di lungo corso e di nobile mestiere: direttore de Il Quotidiano dei Lavoratori, poi a Il Globo, Il Messaggero, a L’Europeo (direttore del settimanale del 1995, della rivista dal 2000 al 2013). Ora rema contro assieme e noi.

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