Turchia, via il premier che non obbedisce al presidente/padrone Erdogan

Formalmente è stato il premier turco Ahmet Davutoğlu a lasciare, al termine di un vertice del partito di governo Akp, l’Ak Parti, partito ‘Giustizia e Sviluppo’ che vive qualche equivoco tra nome e fatti, soprattutto sul fronte giustizia. La crisi di governo è scoppiata formalmente negli ultimi giorni, tra i vertici del partito legati ad Erdoğan  e il suo segretario-premier. In realtà, parte finale di uno scontro con Erdoğan proprio sul presidenzialismo, i diritti civili e il dialogo con i curdi.

Cosa c’è oltre la proverbiale arroganza del presidente-padrone della Turchia? Fino a poco tempo fa il rapporto tra Erdoğan e Davutoğlu sembrava piuttosto solido, al punto che il Wall Street Journal lo aveva definito «la partnership politica più importante in Turchia». Davutoğlu era stato il ministro degli Esteri durante il governo di Erdoğan pre crisi siriana e con i curdi. I tempi della politica estera chiamata “zero problemi con i vicini”, prima della regressione politica di Erdoğan.

L’evidenza delle forzature costituzionali da parte di Erdoğan, quando è diventato presidente, un ruolo che in Turchia dovrebbe essere poco più che cerimoniale, come fu durante la sua premier ship con l’allora presidente Gül. In realtà oggi Erdoğan, senza che sia passata la sua proposta di riforma costituzionale presidenzialista, controlla sia il Parlamento sia l’esercito, oltre a numerosi organi di informazione o affiliati o sequestrati e resi allineati alla posizioni politiche ufficiali.

Secondo il New York Times, il punto di rottura nei rapporti tra Erdoğan e Davutoğlu sarebbe stato raggiunto la scorsa settimana quando a Davutoğlu è stato tolto il potere di scegliere i leader provinciali dell’AKP, cioè, di modellare a sua scelta il corpo del partito al potere. In realtà pare che i disaccordi andassero avanti da tempo e su scelte strategiche, tipo le incarcerazioni preventive di giornalisti e accademici oppositori e l’alternativa tra repressione o negoziato con i curdi.

Politica interna repressiva contro le opposizioni politiche e i curdi, e politica estera aggressiva in Siria e in Medio Oriente. Di fatto, scelte che hanno condotto al progressivo isolamento della Turchia di Erdogan nel contesto internazionale, frenato soltanto dagli opportunismi europei sul fronte dei profughi dalla Siria. Ma è stato Davutoğlu a riallacciare rapporti cordiali con l’Unione Europea e ottenere, dopo l’accordo sui migranti, la cancellazione dei visti per i turchi.

Successi politicamente mortali, se danno ombra al Presidente/padrone. Erdoğan sempre più concentrato sulla sua sopravvivenza politica, messa in discussione negli ultimi anni da diversi scandali che hanno coinvolto familiari e persone politicamente molto vicine. Obiettivo dichiarato di Erdoğan, quello di aumentare notevolmente i poteri del presidente, i suoi. Turchia presidenziale. Davutoğlu, secondo la stampa turca, sosteneva un sistema più equilibrato di poteri.

Esempio ultimo di come si è sviluppata la lotta interna tra i poteri turchi, la cancellazione di un incontro negli Usa tra Davutoğlu e il presidente Barack Obama. Una cancellazione decisa dalla presidenza, non certo dal capo del governo. Erdoğan, abituato a decidere e scegliere da solo, vuole continuare ad agire da “unico uomo al comando”. Davutoğlu prossimo capro espiatorio di tutti gli insuccessi turchi recenti. E un successore molto più allineato con il Clan Erdoğan – AKP.

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