• 19 Febbraio 2020

Salvini Über Alles alla frontiera del Brennero

In principio fu Mosca.
Sfidando la memoria storica e ideale di un popolo leghista che spesso si era rivolto col grido “Andate in Russia”a chi li contestava da sinistra, Salvini inizia le sue più significative e recenti peregrinazioni in giro per il mondo proprio a Mosca, ricordando ai suoi che una cosa sono i passati comunistoidi di Putin , ma altra e più importante cosa sono i business dei piccoli e medi imprenditori lombardi cui le sanzioni contro Mosca tolgono spazi di export vitali.
La vecchia simpatia dell’era bossiana per la Germania è ormai solo un ricordo e Salvini appare, nel dicembre scorso, sulla Piazza Rossa (così detta, va riconosciuto, per la colorazione dei suoi palazzi, preesistenti a Lenin). Pare in procinto di un incontro con Vladimir, a replicare un memorabile caffé sorbito in compagnia in quel di Milano, l’anno precedente. Questa volta però niente incontro, nella migliore tradizione delle leadership ex-socialiste che spesso fecero fare solo anticamera ai leghisti, come nel 1999 con Bossi a Belgrado, vanamente in attesa di un Milosevic altrimenti affaccendato.

Passa un mese e Salvini prende di petto il fronte occidentale. Sua ospite assieme a un dimenticabile leader olandese, Faccia d’angelo Marion Le Pen con la quale è scambio di amorosi sensi. Un certo imbarazzo al momento dello sventolare delle bandiere. Marion al tricolore non ci rinuncia di certo. Matteo per adeguarsi dovrà andare a rovistare nella toilette, dove Umberto aveva depositato l’italico stendardo in maleodoranti luoghi. Ci si dovrà abituare: andando in giro con la Meloni sempre avvolta, più o meno metaforicamente, nel bianco-rosso-verde, bisognerà adeguarsi.
Veniamo ai giorni nostri: indubbiamente un bel colpo il viaggio negli Usa, che stavolta produce l’incontro col candidato repubblicano Trump, in testa nelle primarie ancorché inviso all’establishment del proprio partito che lo ostacolerà fino all’ultimo. Qui Matteo può giocarsela: di fronte a un aspirante premier che finora in politica estera si è espresso solamente a fonemi, riesce a tirarlo per la giacca fino a che Donald arriva persino a ipotizzare un raffreddamento delle tensioni con la Russia. Bel colpo, ammesso e non concesso che Trump non abbia scambiato la Lombardia per il Donbass (da quelle parti in geografia non ci vanno per il sottile).

Infine, Salvini ultimo atto, con dubbi amletici come finale; vince l’ultradestra in Austria, che noi credevamo defunta con Haider e che invece si ritrova con un leader dal cognome (Hofer) corrispondente al capo storico degli irredentisti sudtirolesi di tante generazioni fa.
Salvini si esibisce in complimenti, prova pure a sdoganarlo dicendo che, parola sua, tanto destra non è.
Poi però, l’enigma.

Il compare austriaco, ai confini col Brennero, è disposto a metterci i carri armati e perché no le ruspe, a evitare che un solo profugo penetri sull’austriaco suolo. Particolare inquietante. Se i profughi restano bloccati al Brennero, significa che se ne staranno in Italia e chi se li dovrà cuccare se non il nostro Matteo, nonostante la sua conclamata amicizia con Hofer?
Forse Salvini dovrà un briciolo di riconoscenza all’odiato Alfano, che sta cercando di metterci una pezza sul piano della diplomazia. Altrimenti come la metterebbe con le sue camice verdi?A Vienna, per osannare Hofer o al Brennero per guidare la marcia dei profughi verso Innsbruck?

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Alberto Tarozzi

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