Curioso: l’amministratore delegato della Rai, Campo Dall’Orto ha presentato al Consiglio di amministrazione il nuovo piano industriale, ottenendone l’approvazione all’unanimità: e questo piano – almeno per quanto è dato sapere – precede e in qualche modo vanifica la consultazione pubblica avviata dal Governo sul rinnovo della concessione, dalla quale dovrebbe emergere la nuova missione aziendale.
Diamo conto di questa discrasia ripercorrendo alcuni aspetti significativi dei due diversi percorsi. Cominciamo dal piano industriale. La principale dote di Campo Dall’Orto, mi pare, sta nel non dire mai cose insensate o sulle quali sia facile obbiettare: i problemi sono in quello che non dice.
La Rai deve diventare una media company? Bene, si costruiscano due applicazioni pilota che porteranno una ai programmi e una alle notizie. Ma questa è una mera logica di distribuzione, mentre una media company dovrebbe innovare la produzione di programmi e notizie, realizzare la crossmedialità a monte, cioè consente il collegamento tra media che hanno età diverse, come la televisione, Internet e Twitter, innovare la cultura e la mentalità di giornalisti e programmisti per adeguarli al digitale e alla rete. Se si parte dalle “applicazioni vetrina”, invece, chi produce potrà continuare a crogiolarsi nelle vecchie abitudini. Sarà un caso che delle applicazioni non si parla più nel comunicato successivo alla approvazione del piano, sostituite da un generico richiamo alla “centralità nella generazione dei contenuti”?
Sforbiciare le edizioni di TG1, TG2 e TG3, valorizzando RaiNews, comunque senza licenziamenti o prepensionamenti? Va bene, ma perché mantenere tutte le testate esistenti? Come farà Carlo Verdelli, direttore editoriale per l’informazione, dal suo ufficio in viale Mazzini, pur aiutato da alcuni validi colleghi, a decidere giorno dopo giorno, ora dopo ora, quale testata da Saxa Rubra debba rinunciare a mandare il “suo” cronista sugli eventi? Di certo non crederà Verdelli che i direttori – autonomi e responsabili, per legge e per contratto – si autolimiteranno sulla base di linee editoriali inevitabilmente ambigue. Anche qui, sembra prevedere la logica di cambiare il meno possibile, rinunciando a priori a quella “pars destruens”, eliminare i pregiudizi per ridare alla Rai efficienza, cultura e logica interna degna di un servizio pubblico nell’era digitale.
A Campo Dall’Orto non piace l’infotainment. Meno male. A quanto pare non piace neppure a Matteo Renzi, che in Senato ha reso manifesta la sua rabbia verso il modo di fare opposizione concentrato sugli schermi televisivi più che sulle aule del Parlamento. Però si ha l’impressione che l’amministratore delegato Rai debba ancora decidere cosa gli piace e cosa non gli piace davvero. Molti studiosi considerano la politica/spettacolo della televisione come una sorta di attentato alla democrazia, però il servizio pubblico continua a non affrontare la questione, e la principale fonte di informazione e dibattito politico degli italiani dopo i TG, cioè Porta a porta di Bruno Vespa (come ho avuto modo di scrivere su remocontro.it), è sempre un’isola autogestita di cui la Rai si lava le mani.
È sufficiente restringere il perimetro del dibattito politico nei contenitori della domenica o del day time, o piuttosto occorre affrontare regole e intenzionalità cominciando dai contenitori serali, nessuno escluso? Non sarà per caso che Campo Dall’Orto pensa ancora come modello a quella televisione che ha massimizzato i suoi ascolti lasciando a tutti licenza di straparlare e favorendo una idea di democrazia che inevitabilmente sfocia nel populismo, invece di puntare sulla qualità, sul ragionamento, sulla competenza?
Niente da dire, infine, su una moderata riduzione del numero dei canali e sulla accelerazione delle innovazioni tecnologiche come l’ultraHD, sulla valorizzazione della alta serialità nella fiction, e sulla revisione delle strategie cinematografiche. Nulla da dire, se non che si tratta di aggiustamenti tecnici che avremmo potuto trovare in qualsiasi piano industriale del passato. Ma è sufficiente tutto questo a immettere la Rai nel mondo digitale, e soprattutto a rilegittimare azienda e canone nella testa degli italiani, come ha chiesto il sottosegretario Giacomelli aprendo la consultazione pubblica?
Già, la consultazione pubblica. Finalmente è partita. Tardi, ma è partita. Con una modalità di avvio accettabile in linea di principio, cioè tavoli tematici ai quali è stato invitato chi appartiene a gruppi e associazioni rappresentativi. Poi sarebbe servita una fase intermedia di messa a confronto e aggiustamento sufficientemente ampia per consentire ibridazioni e correzioni, ma a quanto pare ci sarà solo una collazione tecnica, che speriamo venga fatta molto bene, prima di affidare all’ISTAT la costruzione di un questionario pubblico che speriamo sia fatto ancora meglio.
Al momento non sono stati resi pubblici i documenti conclusivi dei 16 tavoli, e dunque non sono in grado di dare notizie e valutazioni generali. Conosco però, per avere partecipato ai lavori, le conclusioni del tavolo 13, dedicato all’informazione. Su un tema così importante mi aspettavo molti dissensi, invece c’è stata convergenza sostanziale anche se da approcci molto diversi: anche sulle premesse, che non riguardano soltanto l’informazione (i giornalisti hanno tanti difetti, ma sanno sintetizzare).
Per parole chiave, le quattro cartelle fitte del tavolo informazione parlano di: responsabilità pubblica, per aggiornare il concetto di servizio;
– accesso universale dei cittadini alla rete, coesione sociale, inclusione, esercizio dei diritti democratici;
– il digitale è una cultura e non un semplice strumento;
– una operazione strategica a difesa della democrazia deve favorire la ripresa dei corpi sociali intermedi, dialogando in modo permanente con la scuola, l’università, le associazioni, le parrocchie…
particolare attenzione agli interessi e alle necessità dei giovani;
– indipendenza e autonomia dal potere politico e economico, anche nelle fonti di nomina, e finanziamento certo nel lungo periodo;
– la qualità delle news rimarrà la prima missione;
– per ottenerla occorrono linee guida editoriali, scaturite da un processo permanente e differenziato di ricerca di etica professionale, supportata da percorsi formativi e da discussione pubblica, che impongano maggior rigore;
– copertura completa e capillare, alleanze sul territorio, meno “politica” e più “politiche”;
– rottura delle “bolle informative” costruite dal digitale, costruendo app che aprano a competenze e professionalità diverse;
– credibilità dei giornalisti del servizio pubblico: regolando i rapporti con la politica, assumendo per selezioni pubbliche, assicurando l’esercizio della autocorrezione e della rettifica, eliminando le zone d’ombra dell’informazione fuori testata, adottando criteri di trasparenza nelle nomine;
– cura della informazione istituzionale, di quella internazionale, di quella sull’Europa;
– canale all news anche in inglese e in arabo, con particolare attenzione ai temi della cultura e del patrimonio artistico e al dialogo interreligioso;
– autonomia aziendale nella organizzazione interna, ma con discontinuità organizzativa e rapidità di cambiamento.
Come si vede, se si riflette su cosa deve fare il servizio pubblico non mancano le idee. Possibile che non una di queste debba trovare riscontro – almeno per quanto se ne sa – nel nuovo piano industriale della Rai? Che senso ha proporre un piano industriale che ignora l’esistenza di un percorso pubblico diretto a identificare i compiti futuri dell’azienda? Non sarebbe stato molto meglio instradare le energie aziendali, nei mesi passati, a identificare e discutere pubblicamente quei percorsi di discontinuità che sono necessari perché i cittadini possano tornare a fidarsi appieno del servizio pubblico?
È troppo presto per un giudizio definitivo sulla era Maggioni/Campo Dall’Orto alla Rai. Tuttavia nelle ultime settimane è cambiato qualcosa, e non nella direzione che mi sarebbe piaciuta. Sembra dello stesso parere anche Michele Anzaldi, deputato PD, renziano e segretario della Commissione di vigilanza, che ha così twittato: “Anticipazioni nuovo piano industriale Rai: più direttori con mega stipendi, meno informazione. Rispetta Contratto servizio pubblico?”. Anzaldi non è nuovo a critiche inaspettate, ma almeno questa volta il suo intervento non sembra casuale.
Alla fine Anzaldi ha riportato la barra al centro, informando di approvare la scelta di Francesco Merlo, illustre pensionato, come vice di Verdelli: una soluzione invece non gradita da Franco Siddi, che per protesta ha lasciato la riunione.