venerdì 19 luglio 2019

Libertà di stampa, Italia pessima, ma come è fatta la classifica?

Per l’anno 2015 l’Italia è al 77° posto, dopo paesi come El Salvador e Burkina Faso: è possibile? Come sono decise le posizioni? Come funziona il World Press Freedom Index, la classifica in cui ogni anno l’organizzazione non governativa Reporter Senza Frontiere ordina i paesi del mondo sulla base di quanto è libera la loro stampa

Libertà di stampa in declino. L’Italia al 77° posto. Nell’Ue peggio di noi soltanto Cipro, Grecia e Bulgaria. Migliora l’Africa subito dietro l’Europa e meglio dell’America. Drammatica la situazione in Asia. Paradiso giornalistico la Finlandia, verso l’inferno la Turchia (151°), ultimi Turkmenistan (178°), Corea del Nord (179°), l’Eritrea (180°). Declino europeo con Polonia e Ungheria per la crescente influenza di gruppi estremisti e governi ultraconservatori. Nuovi reati come ‘vilipendio del presidente, ‘blasfemia’, ‘apologia del terrorismo’.

WORLD PRESS FREEDOM INDEX, come nasce

Dunque l’Italia, come sempre negli ultimi anni, in fatto di libertà di stampa e quindi di democrazia dell’esprimersi e della possibilità di conoscere è un po’ meno che ‘terzo mondo’. 77° posto su 180. E davanti all’Italia ci sono paesi che difficilmente si possono definire campioni di democrazia. Ad esempio, al 58° posto c’è El Salvador, il paese con il più alto tasso annuale di omicidi al mondo, cento omicidi ogni 100 mila abitanti la media, quasi tutti causati dalle potentissime organizzazioni criminali locali.

Al 42° posto c’è il Burkina Faso, un paese che non ha grandi organizzazioni editoriali e dove negli ultimi mesi si sono succeduti colpi di stato, attacchi di al Qaida e le prime elezioni democratiche negli ultimi 27 anni. Il Burkina ha ottenuto posizioni in classifica superiori all’Italia anche quando era una dittatura. Al 76° posto è considerata poco più libera dell’Italia la Moldavia, considerato uno dei paesi più corrotti d’Europa, dove è molto sentita la presenza e la pressione dei media filo-russi o filo rumeni, comunque militanti.

Per carità, l’Italia che ha avuto Berlusconi premier e monopolista televisivo, problemi ordinamentali di pluralismo informativo li ha da tempo. Ma forse il World Press Freedom Index ha qualche problema di oggettività nelle rilevazioni. Per stilare la classifica si usano alcuni criteri qualitativi e altri quantitativi. La prima parte è formata da un questionario che RSF distribuisce ai suoi partner in tutto il mondo: associazioni, gruppi e singoli giornalisti, scelti a discrezione di RSF. Lista riservata, per proteggerli, dice RSF.

Ogni ‘giurato’ risponde al questionario assegnando un ‘voto’ da 1 a 10. Domande su sei argomenti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza e infrastrutture. I punteggi in ognuno degli argomenti vengono ‘pesati’ diversamente con una complicata formula matematica con la quale si ottiene un primo punteggio. Il secondo punteggio, quello quantitativo, viene elaborato tenendo conto del numero di giornalisti uccisi nel paese, quelli arrestati, quelli minacciati e quelli licenziati.

Un metodo molto complesso, che RSF ha raffinato nel corso degli anni e non senza problemi. Un grosso cambiamento di metodologia è avvenuto nel 2013, discusso e criticato su diverse riviste specializzate. Resta il fatto che molto si basa sulle opinioni soggettive di enti e persone scelte da RSF, e questo ha causato negli anni diverse critiche al rapporto. Gran parte del punteggio -almeno l’80 per cento- nasce dalle valutazioni dei partner RSF ed è quindi influenzato dalla loro sensibilità personale e dal loro contesto.

Metodologia che rischia risultati bizzarri. Tra 2013 e 2014 l’Italia ha perso 24 posizioni in un solo anno, scendendo dal 49° al 73° posto. Tra le ragioni fornite da RSF, un aumento delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti, soprattutto danneggiamenti alle loro auto. Poi le cause di diffamazione spesso infondate. I giornalisti sotto protezione della polizia, tra i 30 e i 50, ma il rapporto lo dice citando Repubblica, osserva il Post. E il processo a Nuzzi e Fittipaldi, autori di due libri sul Vatileaks. Processo vaticano ma penalità italiana.

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