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lunedì 20 Gennaio 2020

Quando Silvio e Umberto litigavano con la storia. Altri con la geografia

Eventi tra il tragico e il divertente da non dimenticare, nella nostra storia recente, e che spesso riguardano i politici italiani di oggi, ma che vengono dall’altro ieri. Immarcescibilmente uguali a se stessi, e capaci di ripercorrere la storia patria con una straordinaria sequela di falsificazioni o di promesse impossibili.

Silvio Berlusconi è stato un maestro di ‘creatività’, come quando disse (nel 2003) che “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, mandava la gente a fare vacanza al confino”. E di sé diceva (il 5 settembre 2008): “Io sono un politico strano che mantiene le promesse. Mi chiedevano ‘salvaci dai comunisti’ e l’ho fatto”. Berlusconi ha avuto un /alleato rivale agguerritissimo sul terreno delle ricostruzioni storiche caserecce: Umberto Bossi. La gaffe di quando a Verona, all’Arena, per assistere al Nabucco di Giuseppe Verdi, e dice: “Voglio proprio ascoltare il coro dei lombardi”, ma Và pensiero era cantato dagli ebrei prigionieri a Babilonia, in un’altra opera di Verdi.

Un figlio di Bossi, Renzo, soprannominato in famiglia “il trota”, era stato bocciato per tre volte agli esami di maturità, poi ha detto che si è ‘quasi laureato’ in una misteriosa università straniera, in una materia imprecisata. Ma anche in Albania lo hanno ‘bocciato’. Jessica Brugali, “miss Padania” nel 2011 se ne uscì con questa battuta: “Sono bionda, chiara, ho i caratteri del Nord. Una concorrente ha occhi e capelli neri: non c’entra proprio nulla con la Padania, escludetela”, anche se era più bella.

Lo storico Paolo Grillo, autore Laterza, ha pubblicato un libro per il quale ha ricevuto molte minacce dai leghisti, perché aveva scritto: “Alberto da Giussano non è mai esistito, non è citato in nessun documento e in nessuna cronaca contemporanea”. Splendida una frase di Bossi su Berlusconi, del 17 giugno 1994: “È Berlusconi che dovrà sparire dalla circolazione, non la Lega. Non siamo noi che litighiamo con il Berlusca, è la storia che litiga con lui”.

Litiga con il buon senso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che rischia di pestare qualcosa di maleodorante risollevando la vexata questio del ponte sullo Stretto di Messina. Ci avevano già provato Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, e i primi commenti di allora erano entusiasti nel centro destra e molto guardinghi nel centro sinistra di Prodi, tanto più che (inizio degli anni Novanta) si parlava di un costo ben superiore agli 83 milioni di euro ipotizzati allora.

Quando Prodi torna al governo sono passati molti anni da quel 7 settembre 1985 in cui aveva annunciato l’imminente ripresa dei lavori. Poi tutto si fermò, perché la valutazione del rapporto tra costi certi e introiti incerti sconsigliava di iniziare un’operazione così rischiosa: Renzi farebbe bene a ripensarci almeno due volte.

Anche Prodi, da presidente dell’Iri, si era pronunciato a favore. Poi, da presidente del Consiglio, si accorse che era un azzardo, e che alla fine del 2010 erano già stati spesi 250 milioni di euro. A fine 2011 l’eutanasia del ponte viene approvata. Ma adesso rischia di resuscitare. Renzi farebbe bene a fare un po’ di conti. Toccando ferro.

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