venerdì 26 aprile 2019

Garimpeiros, gli schiavi dell’oro di Madre de Dios

Madre de Dios, nell’Amazzonia peruviana. Poche decine di capanne di legno, abitate da un migliaio di cercatori d’oro. Con i figli che cominciano a dare una mano a otto anni. Malnutriti, preda di tutte le malattie. “Oro sucio” lo chiamano, cioè sporco. Per le bambine, la prospettiva è pure peggiore, ma leggete ciò che racconta Piero Badaloni

Luz Marina, dieci anni. Magaly Mora, otto anni. Andrea Cardenas, dodici anni. I loro nomi sono scritti sulle croci di un piccolo cimitero nascosto nella giungla, all’ingresso del villaggio.
Quando chiediamo chi sono e da dove vengono nessuno parla. La loro morte non è stata denunciata, così come la loro nascita. Per l’anagrafe questi bambini non sono mai esistiti.
Siamo a Madre de Dios, nell’Amazzonia peruviana. Poche decine di capanne di legno, abitate da un migliaio di garimpeiros, i cercatori d’oro.

Perù fb corretto

Ai margini di un fiume rimasto senza acqua, quaranta piccole miniere a cielo aperto producono cento chili d’oro a settimana. In ognuna di queste miniere lavora una famiglia.
I figli cominciano a dare una mano a otto anni, a volte anche prima. Malnutriti, diventano facile preda di tutte le malattie, ma nessuno più si ribella. La morte qui fa parte del quotidiano.
“Nessuno è in grado di curarli – dice il sindaco del villaggio – questo posto è isolato dal mondo, per arrivare al paese più vicino bisogna camminare per trenta chilometri sotto un sole cocente, in mezzo alla giungla”.

Ci avviciniamo a una casupola di legno. Accanto, un gruppo di tre bambini sta setacciando la sabbia. Il più grande ha nove anni, si chiama Lucho. Poi c’è Juan, otto anni, e Ivan, il più piccolo, sei anni. Rispondono a monosillabi alle nostre domande. Cercano con lo sguardo la madre, nascosta dietro la capanna. Alla fine Lucho si decide a parlare: “qui stiamo bene – dice – non abbiamo paura, nessuno ci da fastidio. A Lima stavamo in mezzo alla strada, i poliziotti ci bastonavano di continuo. Ora abbiamo una casa, possiamo coltivare le patate, mangiare le banane e la papaia. Ieri abbiamo raccolto tre grammi d’oro e ci siamo comprati riso e sale”.
Da quanto tempo siete qui? Domando. “da due anni”, risponde sorridendo Lucho.

Questi bambini, con i loro genitori lavorano dodici ore al giorno. La paga familiare è di venti dollari a settimana, ma se non si trova l’oro, niente dollari.

Nel villaggio la vita è miserabile, non ci sono fognature, né servizi igienici. I più fortunati allevano qualche maiale e poche galline. Il pasto quotidiano è fatto di riso e patate: una dieta senza proteine né minerali che in quell’ambiente degradato diventa l’anticamera della morte.
L’unica scuola è a cielo aperto, come le miniere ma nessun alunno supera i dieci anni. A quell’età si deve andare a lavorare, non c’è più tempo per studiare. Il pronto soccorso è in una baracca. Dentro, solo un lettino con una coperta. Nessun medicinale. L’unico infermiere è andato via una settimana fa. “Il governo ci ha abbandonato – si sfoga con noi il sindaco – non ci da nessun aiuto. Però con l’oro che esce dalle nostre miniere si arricchiscono”.

Lavorare nei garimpos significa staccare ogni giorno il fango alluvionale dalle pareti del fiume, poi lavarlo e passarlo al setaccio. Un sistema preistorico, che comunque funziona sempre.
Il risultato è un raccolto di oltre 150 tonnellate d’oro all’anno, che pone il Perù al quinto posto nella produzione mondiale. Le miniere illegali come quelle di Madre de Dios sono almeno un quinto del totale. “Oro sucio” lo chiamano, cioè sporco, perché questi garimpos aggirano le leggi nazionali, e distruggono natura e vite umane. Lavoro minorile e disboscamenti selvaggi sono la regola da queste parti, mentre i fiumi e quindi i pesci vengono avvelenati dal mercurio che serve a segnalare la presenza di tracce aurifere nel terreno.

Il 70 per cento dell’oro estratto a Madre de Dios va a finire nelle mani dei contrabbandieri.
Un muro di omertà e corruzione copre affari colossali con le multinazionali del trading, i veri padroni del businness mondiale dell’oro: aziende svizzere, statunitensi, degli Emirati Arabi.
I loro clienti sono le grandi marche internazionali della gioielleria oppure banche e investitori privati che acquistano lingotti.

Nonostante le denunce di varie organizzazioni non governative impegnate sul campo in Amazzonia, la corsa all’oro in queste miniere illegali non si ferma. Anzi, la scoperta di un nuovo filone produce subito una nuova ondata di disperati alla ricerca del metallo prezioso, seguiti a loro volta da un esercito di commercianti, prostitute e delinquenti.
Si, perché se non c’è il pronto soccorso, a Madre de Dios non manca invece il bordello, triste simbolo di questo villaggio. E’ molto frequentato e capiamo presto il perché. Ci lavorano dieci ragazze, la più piccola ha dodici anni, la più grande sedici.

Anche loro sono schiave della febbre dell’oro. Nessuna ha il coraggio di ribellarsi e quando le incontriamo sorridono apparentemente felici: “Va tutto bene” dicono sotto lo sguardo vigile della madre adottiva, e lei conferma. Sappiamo benissimo che è una bugia.

Qualcuno troverà la forza per fermare questa follia? L’impressione è che non ci sia più una via d’uscita per i bambini di Madre de Dios, che per loro l’autobus della vita non torni più indietro da quel remoto capolinea.

La conferma di questa amara conclusione è arrivata poche settimane fa: l’Espresso ha pubblicato un’ inchiesta di due giornalisti che denunciano lo sfruttamento dei bambini e la devastazione dell’ambiente nelle miniere illegali di Madre de Dios. Hanno visto le stesse cose che ho visto io, sono rimasti colpiti come me da quella strage degli innocenti.

L’unica differenza è che l’articolo che avete appena finito di leggere, l’ho scritto venticinque anni fa, dopo un viaggio in America Latina per realizzare un reportage sull’infanzia negata, da mandare in onda negli speciali del tg1.
Quei bambini non solo sono rimasti lì a scavare e setacciare l’oro, ma i pochi sopravvissuti sono diventati grandi e a morire come mosche, adesso, sono i loro figli. E le multinazionali del trading continuano indisturbate a sfruttare il loro lavoro clandestino.

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