lunedì 19 Agosto 2019

Al Sisi, il caso Regeni e il potere vero in Egitto

È davvero Al Sisi a comandare oggi in Egitto? L’Esercito solo ‘garante’ certo a stabile del Paese: lo sosteneva il generale Al Sisi nel 2014 quando l’esercito stava per farlo capo di Stato con un golpe. Ma oggi? Spaccature tra gli apparti della sicurezza sul caso Regeni, chi ha torturato e per colpire chi? Gli interessi francesi in concorrenza con l’Italia

Nel tiramolla di inganni caricaturali e di promesse in plateale malafede, l’Egitto, dove qualcuno ha torturato e ucciso lo studioso italiano Giulio Regeni, sembra tramare contro se stesso. O contro il suo attuale presidente. Sì, perché o il presidente/generale è il mandate che si è affidato a degli apparati malaccorti, o sono gli apparati ad avere molto da nascondere. Apparati incapaci o frange infedeli vicine, ad esempio, ai Fratelli musulmani. Regeni vittima occasionale per altri obiettivi. Oppure, scenario quasi fantapolito, interessi terzi non egiziani che hanno creato le condizioni per la crisi diplomatica e non solo tra Italia ed Egitto. In tutti e tre gli scenari, emerge la debolezza sostanziale del presidente Al Sisi.

Nel luglio del 2013, il golpe militare che aveva destituito il governo dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi, leader dei Fratelli Musulmani. Meno di un anno dopo, maggio del 2014, il generale Abdel Fattah Al Sisi si apprestava a vincere le elezioni che lo avrebbero portato alla presidenza del Paese. Con una affermazione categorica: «As long as the army is good, Egypt is good», ‘Finché ci sarà l’Esercito, l’Egitto può stare tranquillo’. A meno di due anni di distanza da quella intervista, le parole di Al Sisi restano ancora valide per l’Egitto e per il suo Presidente? Un golpe esclude l’altro? E gli apparati della sicurezza coinvolti nell’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni che gioco facevano?

Secondo il giornale Al Monitor, un gruppo di deputati della Camera dei Rappresentanti, vuole imporre alle Forze Armate il controllo del parlamento anche sui loro soldi. Economia militare che rappresenterebbe il 35%, 45% di quella nazionale. Cifra assurda, replicano fonti governative. In realtà le Forze Armate, attraverso agenzie e società collegate, acquistano e fanno speculazioni e pagano regolarmente gli stipendi a militari e ‘affiliati’. Privilegio per pochi. Una economia parallela a quella dello Stato. Ente economico storico collegato alle forze armate è l’Arab Organization for Industrialization, istituito nel 1975 in partnership con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Indicativo.

A proposito di amici sospetti, non solo per l’Egitto. Nel febbraio 2015 Al Sisi firma un contratto per l’acquisto di 24 aerei da caccia Rafale per un valore di 5,2 miliardi di dollari. Aerei pagati per metà dall’Arabia Saudita e per il resto da un prestito garantito dalla Cassa depositi e prestiti francese. Di fatto l’Egitto si compra gli aerei con soldi francesi e sauditi. Ma la Francia non s’accontenta. Ha venduto all’Egitto le due portaelicotteri costruite per Putin, ma bloccate dalle sanzioni per l’Ucraina. 3 miliardi di dollari. La prossima settimana la vendita di 4+2 corvette per 400 milioni, un satellite per comunicazioni militari da 600 milioni e materiale vario per più di 1 miliardo di euro.

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