lunedì 16 luglio 2018

‘Il nome della Rosa’ vietato in carcere: fa evadere le menti?

Tema delicato quello proposto da Francesca de Carolis oggi. Stiamo ancora litigando sul salotto di Porta a Porta concesso da Vespa al figlio di Totò Riina ergastolano, e lei rilancia sul diritto almeno alla lettura dei ‘fine pena mai’. Il libro di Eco solo un esempio. Libri e cultura vietati al 41 bis. Sicurezza o stupidità? Il libro del figlio di Riina che nega l’esistenza della mafia viene invece sponsorizzato in tv

“Da quando partii, e sono già passati sette mesi, non ho più mangiato carne. Ormai sono vegetariano di fatto. Purtroppo però l’alimentazione non prevede questo vitto, e con molta difficoltà e tante rinunce, che puoi immaginare, integro due porzioni di fagioli a settimana e seppur insufficiente mi accontento ritenendomi comunque illuminato dalla scelta. Altri impegni? Zero! Non c’è molto di più che i libri del “panottico”e sinceramente non mi entusiasma leggere ciò che è imposto di fatto alle mie regioni mnemoniche. Povero mio intelletto! Comunque scrivo mettendo insieme frammenti biografici della cattività del vivere nei piccoli segmenti perimetrali…”
Quelle che ho tra le mani sono lettere di persona detenuta in regime di 41 bis. Niente paura, nulla di trafugato o illegale. Ogni pagina ha tanto di stampiglio “visto censura”. Lettere tremende, e ne parlerò… anche perché se di quello che ha combinato chi le firma, Davide Emmanuello, potete andare a leggere nelle cronache passate, nulla si dice dei suoi sedici anni in 41 bis né del meccanismo che ve lo tiene chiuso, nonostante le revoche che della misura restrittiva hanno fatto nel tempo ben tre tribunali. Che per quanto terribili possano essere state le colpe per cui si è condannati, continuo a pensare che nulla giustifichi, in uno stato che pretendiamo di diritto e civile, gli anni di tortura fisica e psicologica che questo regime comporta.

libri di evazione

Ritorno oggi sul dettaglio di alcune righe perché, sapete?, le persone in regime di 41bis da qualche tempo non possono neppure più ricevere libri né giornali per posta, né con il pacco dei familiari. E se prima, con molta fatica e mille restrizioni, qualcosa era possibile inviare, adesso stop, nulla. Sottrazione delle sottrazioni al nulla della vita (?) a cui si è condannati. Le letture, libri e giornali, solo quelle che passa il convento… e nella vicenda di Emmanuello incappai la prima volta proprio con una notiziola a riguardo, che mi era arrivata con la lettera di uno degli ergastolani con cui scambio missive…: “Ieri mi ha scritto Davide, mi diceva che l’area educativa ha ritenuto pericoloso per l’ordine e la sicurezza leggere il libro della biblioteca del carcere ‘Il nome della rosa’ di Umberto Eco”.
Eppure, notava il mio amico di penna, ne hanno fatto anche un film e in tv si vede spesso! Proprio così: pericoloso per l’ordine e la sicurezza… La cosa poi è finita su qualche giornale, dal carcere è arrivata una vaga smentita… ma questi sono dettagli… La realtà sono le 23 ore di isolamento al giorno (1 sola ora d’aria e massimo tre persone con cui parlare in quell’ora), un’ora al mese di colloquio con familiari (con vetro divisorio), alternativa a dieci minuti di telefonata, processi solo in video conferenza, censura di posta e libri… Pensate cosa sono 16 anni di nulla…
I libri… rimangono l’unica forma di resistenza alla deprivazione sensoriale a cui si è sottoposti., e magari ‘resistenza’ è una parola che vi sembrerà fuori moda…

Ma ne parlo oggi perché sabato prossimo sotto le mura del Cerialdo, che è casa circondariale alle porte di Cuneo, c’è un appuntamento, proprio per aiutare a resistere. Un microfono a disposizione di chi voglia leggere pagine. Bella iniziativa della Cassa antirepressione delle Alpi occidentali (Bibilioteca Popolare Rebeldies di Cuneo). L’invito è a portare il testo che si voglia far passare oltre le mura… A Cuneo e, in contemporanea, anche sotto le mura di Tolmezzo, Opera, Parma, Terni, Bancali. E se andate nel sito di “pagine contro la tortura” potete informarvi sulla campagna che invita a inviare libri alle carceri dove sono sezioni al 41 bis.
Leggere, lo sappiamo tutti, apre le menti, migliora, fa miracoli… Ma questo miracolo, per alcuni, nessuno lo vuole. Troppo cattivi. Forse non importa a nessuno, ma in questo momento ci sono in Italia circa 700 persone, seppellite nelle celle del 41bis. E nulla mi leva dalla testa che se tanti ostacoli e ambiguità impediscono l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura, è perché la cosa non potrebbe che far riaprire una seria riflessione sulla legittimità di tanti aspetti bui del nostro sistema carcerario.

Svelo ancora un brano di lettera, questa scritta, l’estate scorsa, da una cella del carcere di Bancali, alle porte di Sassari. “Continua il mio viaggio nelle viscere degli inferi. Sono rassegnato e consapevole che questo luogo voluto per l’annientamento non sopprimerà il mio corpo, ma agirà sulla psiche e attraverso la coscienza farà dell’anima l’inferno del corpo.
L’istituto è moderno, non in senso illuminato, ma di nuova riproposizione oscurantista del supplizio come pena. In pratica un “ecomostro” per soggetti trattati al di fuori dei canoni dell’esperienza etica dei diritti umani. L’apparente agibilità estetica del nuovo nasconde lo squallore degli spazi ridotti e claustrofobici, ordinati in senso verticale cosicché allo sguardo è tolto ogni orizzonte così come alla speranza di libertà la pena ostativa ha posto la parola fine. Ho solo un piccolo cielo che dal sotterraneo intravedo alzando lo sguardo in verticale: il cielo del passeggio. Un cielo chiuso in un passeggio e nient’altro. Tutto è colorato di bianco e un verde quasi turchese, colori che servono a mascherare la realtà macabra del grigio cemento e del suo impiego contro l’uomo.

Sto cercando di adattarmi, ma per adesso stanno prevalendo gli aspetti patologici che mi affliggono. Spero di no, ma non nascondo che se così fosse questo posto per la mia salute diverrebbe una tomba. Comunque sia sono speranzoso nella mia capacità d’adattamento.
Per adesso sono senza tantissime cose, e in particolare mi mancano le mie letture. Il guaio è che la biblioteca ancora non esiste e non si sa se e quando entrerà in funzione”.
Una biblioteca poi è entrata in funzione. “Solo romanzi…” scrive Emmanuello lo scorso marzo. Chissà se fra questi c’è “Il nome della rosa”.
E chissà che sabato prossimo comunque non salga dalla polvere sotto le mura di Bancali una voce, a pronunciare quel “pericoloso” incipit: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il verbo era Dio”…

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