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mercoledì 16 Ottobre 2019

L’Egitto e la tortura sistematica

L’enigma Regeni”, lo chiamano a Il Cairo. Enigma? In attesa che chi sa parli, la delegazione investigativa egiziana è a Roma per fornire ai colleghi italiani i risultati delle indagini sulla morte di Giulio. Prova verità per l’Egitto delle inverosimili ‘verità di Stato’ tentate sino ad oggi. Il generale Khaled Shalabi è il nome sul quale potrebbero ricadere le colpe ufficiali del massacro di Giulio. Ma scopriamo che la pratica della tortura in Egitto non è certo un caso isolato con un solo colpevole.

Venti giorni fa l’intervista del presidente egiziano al-Sisi al quotidiano Repubblica sul caso Regeni, il cui il generale definì la vicenda “Un caso isolato”, una trama mirata a incrinare i rapporti amichevoli tra Italia ed Egitto, “Strategici per il contrasto al terrorismo”, concluse il generale, ricordandoci con malizia la partita aperta in Libia. Ora che i rapporti sono veramente in bilico, dobbiamo prendere ancora per buone tutte le affermazioni del presidente/generale? Caso isolato l’orrore di Giulio, o il regime al potere in Egitto è costretto oggi a coprire un vero e proprio sistema basato sulla repressione violenta di ogni opposizione e sulla pratica abituale della tortura?

renzi-al-sisi COP

In realtà, e non serviva Sherlock Holmes a scoprirlo, l’uccisione di Giulio Regeni non è un episodio eccezionale in quel Paese, ma si inserisce in una serie di violenze endemiche per gli apparti di polizia e sicurezza, diventate sistematiche a partire da luglio 2013. Addirittura, dopo l’esposizione mediatica internazionale del caso Regeni, il regime avrebbe intensificato la repressione e le violazioni dei diritti umani. Esempio, le sparizioni forzate di giovani che risultano -vedremo- in aumento. L’organizzazione “Stop Forced Disappearances” posta le foto dei giovani coinvolti, tanto che la propria pagina Facebook viene definita un cimitero virtuale.

La tortura in carcere e le uccisioni per mano della polizia sono un fenomeno sistematico. Il Nadeem Center for Rehabilitation of Victimes of Torture documenta per il 2015, 464 casi di sparizioni in carceri segrete e basi militari, e 1.676 casi di tortura. Di questi 500 hanno condotto alla morte del prigioniero. Solo questo febbraio, 111 casi di uccisioni per mano della polizia, 77 casi di tortura e 44 situazioni di negligenza da parte dei medici nelle prigioni. In particolare, nel carcere di al-Aqrab, ribattezzato “il cimitero” dai familiari dei carcerati, a causa delle condizioni inumane in cui vengono tenuti i prigionieri e della facilità con cui si trova la morte all’interno della struttura.

Tutto questo accadeva anche sotto la dittatura di Hosni Mubarak e durante l’anno di governo della Fratellanza Musulmana: allora furono documentati 359 casi di tortura, dal giugno 2012 al maggio 2013, di cui 217 finiti con la morte del prigioniero. Con il generale-presidente al-Sisi la situazione se possibile è peggiorata. E il Nadeem Center, come altre organizzazioni non governative, è finito nel mirino del governo militare e a febbraio il Ministero della Salute ne ha ordinato la chiusura. Il carattere politico della decisione è evidente. Tale da provocare la reazione del segretario di Stati Usa, John Kerry, che s’è detto preoccupato per la situazione dei diritti umani in Egitto.

Nei giorni scorsi il Parlamento europeo ha approvato una mozione che critica il regime egiziano, le violazioni commesse dagli apparati di polizia e di sicurezza, gli arresti arbitrari di giovani e degli esponenti di movimenti e associazioni. Con la richiesta ai singoli stati membri, di interrompere la vendita di armi e sistemi di sicurezza che vengono poi utilizzati per reprimere la popolazione. La mozione sottolinea come la mancanza di diritti e le violenze, unite all’impunità di cui godono gli apparati di sicurezza, sono i semi su cui germoglia il terrorismo. Adesso le convenienze economico strategiche di Italia ed Egitto, col caso Regeni non possono più limitarsi ad una ‘verità di Stato’.

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