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domenica 15 Settembre 2019

La Porta in faccia

Un tempo intervistare i tre magistrati nella foto era impresa giornalistica nobile e per pochi. Intervistare il figlio di chi ordinò le stragi che uccisero Falcone e Borsellino assieme a molti altri poteva riuscire soltanto a Bruno Vespa nel suo salotto extraterritoriale da ogni regola e buon gusto. Lancio in grande stile del libro di Salvo Riina, il figlio del capo mafia autore della strage di Capaci. Il servizio pubblico salotto di famiglie criminali, dai Casamonica ai Riina. Un fiume di proteste non ferma la messa in onda. Il direttore generale Campo Dall’Orto prova a mediare ma perde su tutta la linea rispetto all’immarcescibile Vesp.

Un tempo intervistare i tre magistrati della foto era impresa giornalistica per pochi. Intervistare il figlio di chi ordinò le stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e tento altri con loro, poteva riuscire soltanto a Bruno Vespa nel suo salotto extraterritoriale da ogni regola e buon gusto. Lancio in grande stile del libro di Salvo Riina, il figlio del capo mafia autore della strage di Capaci. Il servizio pubblico offre il salotto di Vespa alle opinioni del familiare del boss trasformandole in evento politico-editoriale. Un fiume di proteste non ferma la messa in onda. Il direttore generale Campo Dall’Orto prova a mediare ma perde su tutta la linea rispetto all’immarcescibile Vespa.

Non è bastata la levata di scudi di buona parte del Parlamento, né l’intervento del presidente del Senato e della Commissione Antimafia, la protesta dei parenti delle vittime o delle associazioni per la lotta alla criminalità. Bruno Vespa ha difeso fino in fondo la scelta di mandare in onda a Porta a Porta l’intervista a Salvo Riina, figlio di Totò, condannato anche lui per associazione mafiosa, che ha appena pubblicato un libro in cui parla del rapporto con il padre e della sua vita familiare.

«Per combattere la mafia, che tuttora è potente e gode di protezione diffusa, bisogna conoscerla», prova a giustificarsi Vespa prima di lanciare l’intervista. Infatti! «Amo mio padre e la mia famiglia, non tocca a me giudicare le azioni della mia famiglia», dice subito Riina junior. Che poi concede senza vergogna: «Non giudico Falcone e Borsellino. Qualsiasi cosa io dico sarebbe strumentalizzata». E sì, forse siamo noi ad essere dei maliziosi, giovane Salvo Riina.

LE DOMANDE GIUSTE
Il problema non è intervistare il figlio di Riina o Totò Riina in persona o un altro macellaio mafioso. Il problema è come lo intervisti. Le domande che gli fai. Le risposte che pretendi di ottenere. Senza piaggerie, senza untuosità. Il punto è che se davanti hai il figlio di Totò Riina non gli permetti di costruire il siparietto su quant’era bravo e premuroso quel padre, che tanto della mafia se ne occupano i tribunali. Se quell’intervista hai voglia (e le palle) per farla, la fai come si deve: costringendo il cerimonioso rampollo a parlare degli ammazzati collezionati dal padre, dell’odore del napalm che attraversava quegli anni palermitani, dei soldi accumulati dal suo genitore, del potere esercitato, delle obbedienze ricevute. Dei suoi amici, gli chiederei. Dei protettori, dei servi, degli imbelli. Gli chiederei di parlare di Cosa Nostra, altrimenti aria!

Io lo avrei intervistato, il figlio di Riina. Come a Panama ho intervistato il generale Noriega. In Somalia il signore della guerra Aidid. A Bagdad il vice di Saddam, Tarek Aziz quando il suo capo era in guerra col mondo. E in Salvador il colonnello D’Abuysson. A Roberto D’Abuysson chiesi, senza giri di parole, se fosse vero che monsignor Romero l’aveva fatto ammazzare lui. Non mi rispose: si tolse gli occhiali a specchio, li pulì a lungo, li inforcò di nuovo, mi guardò. E non mi rispose. Poi mi disse che l’intervista era finita. Fu la mia migliore intervista.

Ve lo ricordate Peter Arnett quando intervistò Saddam che aveva appena invaso il Kuwait? Arnett era l’unico americano a Bagdad, un potenziale e preziosissimo ostaggio. In quell’intervista mise in ginocchio il rais, gli tolse il sorriso dalla bocca, lo umiliò senza insultarlo: bastarono la schiena dritta e le domande giuste. Un’intervista magistrale.

Il punto è che Vespa non è un giornalista. O meglio: con il figlio di Riina o di Casamonica non gli interessa fare il giornalista. Non ha la schiena dritta. Fa le domande sbagliate. Gli serve solo l’audience. E se per un punto di share in più conviene parlare del natale in casa Riina piuttosto che dell’estate di Capaci, Vespa questo farà. Insomma, un intrattenitore, un imbonitore, minuscolo con i potenti, gradasso con i vinti. E non risolvi nulla se metti a fianco dell’intervista al giovane Riina l’altra intervista a un orfano di mafia: cos’è, mafia e antimafia? Un auditel del dolore? Un modo per ripulirsi la coscienza?

Se il figlio del capo dei capi di cosa nostra scrive un libro e ha voglia di farsi intervistare deve venire a spiegarci quello che noi vogliamo sapere, non quello che lui vuole dirci. Al posto della Rai, l’intervista l’avrei fatta ma l’avrei affidata a uno dei suoi giornalisti (qualcuno c’è…) che le domande sa farle senza chiedere permesso, che non si sarebbe accontentato dei teatrini familiari di casa Riina ma avrebbe preteso dal signor figlio di parlare di tutto il resto. Oppure, meglio, l’avrei fatto intervistare da uno delle decine di giovani e bravi cronisti che gli amici di Riina minacciano ogni giorno di morte e di scomunica, che sono costretti a vivere sotto scorta, che fanno questo lavoro per quattro euro ad articolo.

E se a quel punto Riina junior s’offendeva, non voleva, si rifiutava: bene. Era quella l’intervista.
Claudio Fava

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