mercoledì 20 febbraio 2019

Italian Chapel, Scozia, su un’isoletta nelle Orcadi. Una bella storia

Due ‘baracche Nissen’, le capanne semicircolari in lamiera ondulata della guerra mondiale, messe una dopo l’altra, una facciata simil chiesa, un micro campanile ed ecco l’Italian Chapel, sull’isoletta di Lamb Holm, nelle Orcadi, in Scozia, opera di prigionieri di guerra italiani catturati in Africa durante la Seconda guerra mondiale. La scoperta, da parte di Piero Badaloni, giornalista e conduttore del vecchio Tg1, ed ex governatore della regione Lazio. Da un libro inglese finalmente tradotto, una storia una volta tanto edificante

Come si può costruire la pace? Ci sono tanti modi, ma non avrei mai immaginato che la strada per riuscirci potesse essere anche una chiesetta in un’isola piccola e disabitata al largo della costa settentrionale della Gran Bretagna, nell’arcipelago delle Orcadi.
Un’isoletta sulla quale, nel 1942, in fretta e furia vennero costruire tredici di baracche di lamiera per ospitare cinquecentocinquanta militari italiani fatti prigionieri in Nord Africa dalle truppe inglesi del generale Montgomery.
Ma se non ci fosse stato quell’inglese curioso, arrivato nell’estate del 2005 con sua moglie in viaggio di nozze a visitare quella cappella e a restarne affascinato, nessuno al di fuori degli abitanti dell’arcipelago e delle famiglie dei prigionieri, avrebbe conosciuto la straordinaria storia della chiesetta degli italiani.

I nostri militari erano stati portati nelle Orcadi per costruire le “Churchill barriers”, quattro barriere di roccia e pietre, che dovevano bloccare gli accessi sottomarini a Scapa Flow, una grande baia, sede della maggiore base navale britannica nella seconda guerra mondiale.
Nell’ottobre del ’39, un U-boat tedesco era riuscito a superare tutte le misure di difesa e ad affondare una nave da battaglia, provocando la morte di 800 marinai. Per questo gli inglesi avevano deciso di chiudere gli accessi della baia.
Con l’appoggio del cappellano militare del campo, uno dei prigionieri, Domenico Chiocchetti, un giovane della val di Fassa con la passione della pittura sacra, ottenne dal comandante del campo il permesso di costruire con un piccolo gruppo di colleghi, una cappella dove poter pregare e riunirsi la domenica per seguire la messa.

Usando solo rottami di navi e materiale di fortuna, Domenico riuscì a creare un piccolo capolavoro, trasformando le due baracche di lamiera messe a disposizione dal comandante inglese, in una vera e propria chiesa, con la sua facciata, il campanile, e tutte le pareti interne dipinte con affreschi ispirati a varie figure sacre.
Cessato il conflitto, nel ’45, scomparvero i campi ma quella chiesa rimase in piedi e divenne nel tempo vera e propria meta di pellegrinaggio.

Ad attrarre così tanta gente era la curiosità di vedere come fosse stato possibile, fra persone di fedi e culture diverse, costrette a vivere su fronti contrapposti da una guerra feroce, trovare un punto di convivenza pacifica.
Mentre la fama della chiesetta cresceva però, peggiorava il suo stato di conservazione.
Gli abitanti delle Orcadi si mobilitarono allora per rintracciare quel prigioniero che aveva preso l’iniziativa di costruirla e ci riuscirono, con l’aiuto della BBC, che lanciò un appello attraverso la sua rete radiofonica in Italia.

Chiocchetti venne individuato e intervistato e senza indugi accettò di tornare per restaurarla, una prima volta nel 1960 e poi ancora nel ’64.
Non rimase da solo a portare avanti questo suo impegno. Insieme con lui si mobilitò l’intero paese di Moena, dove Domenico era nato e dove era tornato dopo la prigionia.
Quando nel 1999 Domenico Chiocchetti morì, venne celebrata una messa in suo ricordo nella cappella, alla presenza della famiglia e di centinaia di abitanti delle isole, di tutti gli orientamenti religiosi.

“Siamo convinti che il messaggio della chiesetta di Lamb Holm è un messaggio di pace e di speranza – scrisse in una lettera la moglie di Domenico – che ognuno di noi può fare proprio e portare con sé nella vita di ogni giorno”.
E a confermare quanto fossero lungimiranti quelle parole, non c’è solo la commovente testimonianza degli abitanti delle Orcadi che hanno fatto di tutto per conservare la chiesa, ma quella di decine e decine di migliaia di uomini e donne che ogni anno da tutta Europa visitano la chiesetta dei prigionieri italiani perché la considerano un simbolo della vittoria dell’amore sull’odio, della tolleranza sul fanatismo, della pace sulla guerra, come aveva creduto fin dall’inizio, quel giovane artigiano di Moena.

Un simbolo che assume un’importanza ancora più grande oggi, di fronte ai tanti atti di terrorismo operati dai radicalisti islamici in giro per il mondo.
La chiesetta delle Orcadi dimostra che la religione può e deve essere uno strumento di dialogo, come ricorda ad ogni occasione con tenacia e passione papa Francesco, e non di sopraffazione come qualcun’altro vorrebbe intenderla, per imporre con brutale violenza il proprio credo sugli altri.
Onore al merito dunque, a chi si è dato da fare per tradurre finalmente in italiano, il libro che Philip Paris, questo il nome dell’autore inglese, decise nel 2005 di scrivere per ricostruire la storia dei militari italiani prigionieri nelle isole Orcadi.
È ora che anche nel nostro paese si conosca il loro piccolo grande impegno per la costruzione della pace.

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