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sabato 18 Gennaio 2020

Regeni, l’Egitto nel dubbio tra inganno e verità vergogna

Secondo i media egiziani: i servizi seguivano Giulio, e l’ammissione sarebbe nel dossier in arrivo martedì a Roma. Fonti interne al ministero degli Esteri citate da Cairo Portal parlano del conflitto tra chi opta per l’assunzione di responsabilità sul caso Regeni e chi preferisce prendere tempo per far passare la tempesta.

Fonti incerte dei media egiziani: i servizi segreti seguivano Giulio, l’ammissione è nel dossier che dovrebbe arrivare martedì a Roma. Lo rivela il quotidiano Al-Akhbar citando fonti della sicurezza. Nel fascicolo in arrivo con gli investigatori del Cairo sarebbero presenti i dubbi risultati di indagini dell’intelligence sugli incontri tra il ricercatore, i lavoratori e i sindacalisti. Ammissione di un coinvolgimento degli apparati che il regime aveva sempre negato mantenendo i servizi segreti fuori di tutte le ricostruzioni.

Per il resto è il silenzio del’attesa: il governo egiziano non commenta la conferenza stampa della famiglia Regeni, scrive l’agenzia Nena News. “Ma dal mondo dell’informazione qualcosa trapela: la paura che eventuali sanzioni possano far traballare relazioni commerciali consolidate, in un periodo non certo roseo per l’economia del Cairo, e la conseguente spaccatura interna al governo tra chi opta per l’assunzione di responsabilità e chi preferisce far “passà ‘a nuttata”, scrive Chiara Cruciati su Il Manifesto.

Cairo Portal, agenzia web egiziana, riporta di una spaccatura dentro il governo egiziano. Due le alternative: tenere duro e proseguire sulla via dello scaricabarile o ammettere in qualche modo le responsabilità del governo egiziano. Una svolta, quindi, nel caso Regeni? Il quotidiano cita fonti anonime interne al Ministero degli Esteri: «Secondo fonti vicine al Ministero, le dichiarazioni del ministro degli Esteri ‘Il caso Regeni è un caso isolato’, e appare come preludio al riconoscimento delle responsabilità da parte dell’Egitto».

«Il governo egiziano si trova in grande difficoltà – prosegue Cairo Portal – soprattutto dopo che quello italiano si è rifiutato di credere alla storia della banda criminale». Da qui la frattura interna all’esecutivo. Una parte, riconducibile al Ministero degli Esteri, punta sulla necessità di risolvere la questione in modo trasparente, col riconoscimento di responsabilità e il sacrificio di qualche testa per evitare ingenti perdite economiche. L’altra parte ritiene necessario tenere duro proprio perché gli interessi economici aiutino a coprire l’accaduto.

In ballo c’è tantissimo. L’Italia il primo esportatore europeo in Egitto: tre miliardi di euro nel 2015, 3.1 previsti per il 2016. Contratti dell’Eni da 14 miliardi di dollari per il giacimento di Nooros, Delta del Nilo, e quello che arriverà per il giacimento sottomarino di Zhor. Secondo l’Autorità egiziana per gli Investimenti, ci sono 880 aziende italiane operative in Egitto -da Edison al Gruppo Caltagirone, dalle compagnie turistiche alla Pirelli e Italcementi- con un fatturato di 3,5 miliardi. Nel settore militare, 3.7 milioni di euro, secondo Rete Disarmo.

In attesa delle decisioni dei vertici, tra verità reale e quella di convenienza, il procuratore generale Nabil Sadiq ha annunciato la creazione di un pool investigativo per coordinare le procure coinvolte nelle indagini. Partita anche egiziana. Il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, lo ha ricordato martedì: nel 2015 i casi accertati di tortura da parte di polizia e servizi segreti sono stati 1.176, quasi 500 conclusi con la morte dei prigionieri, secondo i dati del Centro el-Nadeem. A febbraio se ne calcolano 88, con 8 decessi.

Due di loro -altra notizia da Nena News- morirono negli stessi giorni in cui Giulio era ostaggio dei suoi aguzzini. «Mohammed Hemdan, arrestato il 18 gennaio sul posto di lavoro -ha scritto Noury sul Fatto Quotidiano– e ritrovato morto in un obitorio il 25 gennaio, e Ahmed Galal, arrestato il 19 gennaio ad un posto di blocco e ritrovato a sua volta morto in un obitorio il 3 febbraio». I loro corpi portavano i segni inconfutabili delle torture, ferite da taglio, unghie strappate. Il ministro degli Interni Ghaffar disse che erano morti in scontri a fuoco.

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