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martedì 15 Ottobre 2019

La crisi della Turchia dell’arrogante Erdogan

La crisi della Turchia dell’arrogante Erdogan La Turchia del lungo potere di Erdogan prima premier e poi presidente, dal boom economico dei primi anni Duemila alla crisi attuale, non solo economica. Il nuovo scontro interno ed esterno con i curdi e la guerra in Siria, per parlare solo di politica estera. Storia di errori politici […]

La crisi della Turchia dell’arrogante Erdogan

La Turchia del lungo potere di Erdogan prima premier e poi presidente, dal boom economico dei primi anni Duemila alla crisi attuale, non solo economica. Il nuovo scontro interno ed esterno con i curdi e la guerra in Siria, per parlare solo di politica estera. Storia di errori politici e di un declino nazionale con cui dovrebbe fare i conti soprattutto l’Europa ipocritamente interessata alla frontiera turca sul pianeta profughi. Opportunismi incrociati tra Ankara e l’Europa. L’Ue che paga la Turchia per fare lo sceriffo cattivo sul fronte migranti, e il mondo occidentale che giustifica le operazioni sporche in Siria e Iraq perché Ankara garantisce comunque il fianco sud-est dell’Alleanza Atlantica.

Di Turchia nell’Unione europea se ne parla dal lontano 1963, prima con la CEE, la Comunità Economica Europea, poi l’incerto percorso Ue. L’Europa scopre una Turchia industriale sconosciuta. Nei primi 10 anni del Duemila la Turchia cresce del 5,3% medio all’anno in termini reali. Ma l’Ue non le apre le porte, la Germania in particolare. Alla Turchia andava stretta la sola unione doganale e si apre la strada verso i nuovi mercati in particolare Centrasia, con appoggio alla Cina e scambi con Mosca. Avventure commerciali con forti componenti strategiche. Allarme diffuso per la Turchia “neo-ottomana” che si propone come leader in Medio Oriente e Nord Africa. Erdogan si fa sultano.

Gli errori di Erdogan legati secondo molti analisti alla sua arroganza personale. Chiavi di lettura e non verità conclamate. Primo inciampo secondo ‘Tersite’ su LookOut, la rottura tra Ankara e Tel Aviv con la vicenda della Freedom Flotilla. Poi le ingerenze in Egitto, nel rovesciamento di Gheddafi, il sostegno alla Fratellanza Musulmana e l’alleanza con le petromonarchie del Golfo nel finanziare e supportare le milizie jihadiste in Siria e Iraq. Errori chiave, l’immaginare l’isolamento dell’Iran sciita come irreversibile, e Mosca fiaccata e isolata dalla crisi Ucraina e quindi fuori gioco in Siria. Poi la provocazione del caccia russo abbattuto. Ma la Nato non c’è cascata, ormai diffidente con Ankara.

Poi la tragedia curda. Repressione interna a caccia dei voti degli ultra nazionalisti turchi. Erdogan vince le elezioni e perde la guerra. Quasi guerra civile in tutto il sud est curdo. Oltre frontiera, peggio. In Iraq il Kurdistan è di fatto Stato autonomo da Baghdad. In Siria quasi tutta la frontiera con la Turchia è controllata dai curdi dell’YPG, stretti alleati del PKK turco ma finanziati e armati dagli USA. Sono loro che hanno vinto contro gli jihadisti Isis e hanno proclamato la federazione nella Siria prossima futura del Rojava, il loro territorio in Siria, e con il Kurdistan iracheno di Arbil. Non solo minaccia esterna: le feroci repressioni a Cizre e Diyarbakir, terrorismo, quasi guerra civile.

La Turchia Paese destabilizzato dal suo autoritario presidente. Ma non è cosa di cui gioire anche di fronte all’antipatico e dispotico Erdogan. Resta valida la lezioncina scolastica della Turchia cerniera d’Europa con l’Asia. Quindi, quesito in tutte le cancellerie che contano: come liberarsi di Erdogan salvando la Turchia? Ma in Turchia non si intravvede un’alternativa a breve. L’intellighentia laica delle grandi città senza espressione partitica credibile. Il partito islamista AKP ormai una potentissima lobby di potere e d’affari. L’esercito, garante costituzionale della laicità quasi perduta e potenza economica e sociale con alle spalle già tre golpe, ma senza un Al Sisi turco in vista.

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