domenica 25 Agosto 2019

Chi finanzia il terrorismo, i profughi e l’Europa disonorata

Giulio Albanese, giornalista di attenzioni sempre acute e spesso insospettate, lancia il sasso sui legami tra il terrorismo e la finanza. Vecchia storia, ci ricorda, quasi mai denunciata dalle grandi democrazie euro-atlantiche per i loro stessi interessi immediati. Poi un punto dolente sulla ‘soluzione profughi’ con la Turchia

Raramente si parla dei pericolosi e profondi legami tra il terrorismo e la finanza. Si tratta di una vecchia storia, ahimè, quasi mai denunciata dalle grandi democrazie euro-atlantiche. Basti pensare agli ingenti investimenti dell’Arabia Saudita e del Qatar in Europa.

Al G20 di Antalya è stato presentato, nel completo disinteresse della stampa internazionale, uno specifico rapporto sull’emergenza terroristica preparato dal Financial Action Task Force (Fatf), il coordinamento giuridico intergovernativo, creato nel 1989, che coinvolge più di 180 Paesi, con il compito di indicare degli standard legali e operativi da applicare nella lotta contro il riciclaggio di denaro, contro i finanziamenti del terrorismo e altre minacce all’integrità del sistema finanziario internazionale.

Da esso si evince che la maggior parte dei Paesi, circa i due terzi, non ha mai fatto uso pratico delle sanzioni finanziarie mirate contro il terrorismo, anche se sollecitate da risoluzioni Onu. A riprova che finora è mancata la volontà politica di sconfiggere i terroristi.

Dulcis in fundo, è bene rammentare che in questi ultimi due anni, secondo fonti del Congresso Usa, 30mila barili di greggio al giorno, trasportati da almeno 250 autobotti dell’Isis, sono transitati attraverso i confini della Turchia e del Iraq settentrionale per essere venduti a compiacenti acquirenti, consapevoli di sostenere le operazioni terroristiche. Come mai l’occidente e in generale il consesso delle nazioni fanno finta di non vedere?

 

L’Europa salvata dalla Turchia, ma disonorata

Il titolo di brutale efficacia è di Internazionale. L’autore Bernard Guetta, di France Inter che, come Giulio Albanese, ai problemi spinosi non ci gira attorno.
Bernard sostiene che la realtà è andata oltre le aspettative dei leader europei. “Appalto” del lavoro sporco sui disperati in fuga dalla guerra affidato alla Turchia che «sta dando risultati concreti, immediati e spettacolari».

Quali?
«Soltanto dieci giorni fa migliaia di profughi attraversavano l’Egeo a bordo di barconi di fortuna cercando di approdare sulle isole greche, in territorio europeo. Ora sono soltanto poche decine.
Mercoledì non è stato individuato alcun migrante in viaggio, giovedì erano 161 e venerdì appena 78. Oggi, sulle coste turche nei pressi di Smirne, i trafficanti passeggiano senza niente da fare e confessano che non trovano più disperati a cui estorcere mille dollari e più per portarli in Europa.
Nelle prossime settimane capiremo se questa tendenza sarà confermata, ma per il momento la tripla dissuasione messa in atto dai 28 stati dell’Unione (o da alcuni di loro) sembra funzionare in pieno».

Le regole del patto con la Turchia sui respingimenti pagato 6 miliardi e molto onore, è noto. È vero che al momento mette fine alle morti quotidiane per annegamento di uomini, donne e bambini. È vero che l’Ue ha superato le tensioni tra la Germania, disposta all’accoglienza dei profughi, e gli altri 27 contrari più o meno esplicitamente. È vero che l’accordo con la Turchia ha forse scongiurato una catastrofe economica e politica in casa europea.

Ma è vero anche che gli europei hanno trovato il modo -denuncia Guetta- «di tradire i valori che dovrebbero difendere, i trattati internazionali sul diritto d’asilo che hanno firmato e il loro stesso onore.
Cinquecento milioni di europei non avrebbero avuto grosse difficoltà ad accogliere due milioni di profughi, anche perché ottanta milioni di turchi ne accolgono già tre milioni. Per questa ragione, in fondo, non c’è alcun motivo di cantare vittoria».

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