Proselitismo e reclutamento Isis: Cyberwar letta dall’Aisi

Gnosis, conoscenza, in greco antico. Gnosis è anche la testata dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’Aisi, figlia dell’ex Sisde. Un periodico per promuovere la cultura dell’intelligence. Per chiarezza, l’altra agenzia di spionaggio è l’Aise, sicurezza esterna, l’ex Sismi. Ma rimaniamo a Gnosis.

1. Un lungo percorso storico sull’uso di ‘Foreign fighters’ quando ancora si chiamavano truppe mercenarie e lo spionaggio era italianamente ‘intelligenza’, come sarebbe più intelligente chiamarla. Saltiamo molte pagine, da Ramesse II e i mercenari shardana ai giorni nostri. Sino all’altro ieri di Bin Laden.

2. Bin Laden il primo promotore della “guerra asimmetrica”, basata sull’utilizzo di risorse diverse, tra le quali Internet. Anche se la nuova forma di propaganda di Al Qaeda si basava su filmati in cui Bin Laden, di fronte a una telecamera fissa, scandiva proclami retorici e rigorosamente in arabo formale.

3. Con Anwar Al-Awlaki, il religioso nativo americano ucciso nel 2011 nello Yemen da un drone, la propaganda estremista islamica subisce un sostanziale stravolgimento. Al-Awlaki aveva modificato la struttura dei comunicati dato il via alla rivista in lingua inglese sull’Islam e il Jihad: ‘Inspire’.

4. L’Isis, infine, ha aperto al totale utilizzo del cyberspazio. Account Twitter creati per diffondere messaggi in sette lingue, produzione di video di altissima qualità tecnica immessi su YouTube, innumerevoli profili attivati su Facebook, utilizzo di servizi di shared writing per cronache di battaglie.

5. Oltre all’utilizzo di Instagram per la condivisione delle immagini, di Telegram per l’instant messaging e di ProtonMail per inoltrare messaggi di posta elettronica cifrati. Insomma, rileva Gnosis, “una panoplia di strumenti virtuali in grado di condurre una cyberwar globale dagli effetti devastanti”.

6. Inizio 2015 si scopre che i tecnici del cyber Caliphate hanno realizzato perfino un’app per piattaforma Android dedicata alla messaggistica. Si chiama App Alrawi, primo tentativo di produrre messaggistica criptata Isis simile a Telegram, per la riservatezza del reclutamento di nuovi jihadisti”.

7. E il numero dei foreign fighters -denuncia Aisi- è in costante aumento. Secondo il rapporto 2014, dell’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence, l’Icsr, il numero dei combattenti islamici provenienti dall’Europa, nel 2013, oscillava tra le 5.000 e le 11.000 unità.

8. L’Icsr stima che circa un quinto, il 18%, dei combattenti stranieri in Siria, provenga dall’Europa occidentale. Il 6% di questi si sono convertiti all’Islam, molti sono immigrati islamici di seconda o terza generazione e pochissimi di origine siriana. Il 18% è costituito da donne, età media compresa tra 18 e 29 anni.

9. Quindi, il progetto del Califfato universale attira i giovanissimi, anche se l’età dei combattenti francesi è di 27 anni, mentre quella dei belgi e dei britannici è di 24. Da fonti statunitensi fine 2015 sarebbero oltre 30.000 gli stranieri provenienti da oltre 100 Paesi,che hanno ingrossato Daesh nel 2014.

10. Di questi più di 4.500 provengono da Paesi occidentali: 250 americani, 750 britannici e 1.800 francesi. A cui vanno aggiunti circa 2.400 cittadini russi e almeno 3.000 miliziani dall’Asia centrale. Dall’Italia oltre novanta quelli partiti per la guerra santa e più di venti sarebbero già quelli uccisi.

11. Ciò che contraddistingue il sistema di reclutamento dei foreign fighters, secondo Gnosis, è l’aspetto ideologico. Gli aspiranti combattenti hanno una modesta conoscenza dei diversi gruppi jihadisti. Indottrinamento preliminare svolto attraverso i social network, prima ancora che inizino il viaggio.

12. Mediante la trasmissione di video postati su YouTube, di immagini e resoconti sui combattimenti inviati da Twitter, i reclutatori si sforzano di comprendere le diverse motivazioni che spingono i nuovi adepti ad aderire alla causa, “cercando di veicolare ogni aspirante al gruppo combattente più idoneo”.

13. Alcuni credono nel sogno del Califfato universale, altri nella possibilità di essere protagonisti di un progetto in grado di valorizzarli, o a scelta come rito per una vita migliore, o imbracciano le armi per noia, tensioni generazionali, condizionamenti familiari, denaro, vendetta, desiderio d’avventura.

14. Secondo un campionamento dell’Icsr, circa il 61,4% dei combattenti formati dai reclutatori sarebbe confluito nell’Isis; il 17,5% nel gruppo di Jabhat Al-Nusrah, operativo in Siria e Libano; il 2% affiliato al Free Syrian Army. Il restante 20% sarebbe distribuito in milizie jihadiste locali diverse.

15. Anche le metodologie di addestramento dei foreign fighters sono diversificate: quelli provenienti dall’Asia centrale -i ceceni tra i primi- vengono dal campo di battaglia. Al contrario, sono inesperti quelli originari dell’Arabia Saudita e dei Paesi del Golfo, anche se molto motivati ideologicamente.

16. I combattenti occidentali hanno motivazioni che si basano essenzialmente su storie personali. Le reclute locali, a forte orientamento religioso, perseguono obiettivi mirati a scenari circoscritti. Tali differenze possono originare spaccature interne all’Isis, come avvenuto con Al Qaeda in Iraq.

17. In tutti i filmati di propaganda, sottolinea Gnosis, sono presenti elementi persuasivi. Accento sul tema della giustizia e della legittimità dello Stato islamico, i commenti in lingue diverse, il sottofondo musicale è in funzione delle immagini e in sintonia con la cultura giovanile occidentale.

18. Il tragitto migliore per chi desidera raggiungere i territori controllati dall’Isis è attraverso la Turchia. Una considerazione a parte, rileva il periodico dell’Intelligence italiana, merita la regione balcanica che incarna il ruolo di ‘transitpoint’. Nel 2012 sarebbero tra 200 e 600 i jihadisti balcanici in Siria.

19. Le milizie straniere e quelle native sono impiegate in maniera diversa. Sul campo di battaglia i foreign fighters dall’Asia centrale sono utilizzati per prime azioni d’attacco, mentre le forze arabe locali per presidiare le postazioni occupate. Perdite di foreign fighters rilevanti anche per azioni suicide.

20. C’è anche l’aspetto disillusione tra i combattenti stranieri, molti dei quali tentano la via del ritorno ai Paesi di origine. La fuga non è prevista e la punizione è la prigione o la morte. Secondo un quotidiano libanese, dal settembre 2014 al febbraio 2015, oltre 120 combattenti stranieri uccisi per ‘diserzione’.

21. Contrariamente alla maggioranza delle organizzazioni rivoluzionarie non militari, l’Isis utilizza tattiche belliche convenzionali per controllare e preservare il territorio occupato. La strategia si basa sulla guerriglia urbana a livello planetario per l’indebolimento psicologico delle popolazioni nemiche.

22. Sul campo di battaglia Daesh adotta tattiche e strategie militari. I suoi vertici sanno che per giungere alla costituzione dello Stato islamico è indispensabile condurre azioni per l’espansione territoriale. Fondamentale l’incremento di foreign fighters che costituiscono una risorsa straordinaria.

23. Ai combattenti stranieri sono affidati i compiti più pericolosi; altrettanto vero che questo il ruolo che essi vogliono. Vengono rilevati conflitti tra i nativi e gli stranieri, ma la motivazione ideologica e avventurosa del Califfato universale resta l’elemento di coesione formidabile di tutte le parti in campo.

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