domenica 26 maggio 2019

Migrazioni e sensi di colpa

Come nella vignetta di Linus. Contro il traffico di esseri umani, alcuni pensano di abolire il traffico, altri di abolire gli esseri umani. L’altro, lo straniero, lo sconosciuto, come una minaccia e un male. Le minacce di chi conosciamo benissimo e vive fra noi. Gli immigrati sono una risorsa. Poi ci sono i problemi. L’integrazione, la microcriminalità, i traffici, l’islamizzazione, il terrorismo.

Contro il traffico di esseri umani, alcuni pensano di abolire il traffico, altri di abolire gli esseri umani. C’è una vignetta di Linus che dice più o meno la stessa cosa: io amo l’umanità, è la gente che non sopporto. Molti pensano che l’altro, lo straniero, lo sconosciuto, rappresenti una minaccia e un male, senza accorgersi che le minacce vengono molto spesso da chi conosciamo benissimo e vive fra noi.

Tutte – ma proprio tutte!!! – le statistiche dicono che gli immigrati sono una risorsa, che dall’Italia va via più gente di quanta ne entri, che la storia dell’umanità è fatta dalle migrazioni, comprese quelle tragiche e violente determinate da guerre e carestie che non abbiamo saputo evitare.
Ciò che l’Europa sta vivendo oggi non è comparabile alle ondate di profughi – settanta milioni – dopo la guerra mondiale, né alle migrazioni delle guerre nei secoli, senza le quali non esisterebbero Amsterdam e Berlino, New York e Buenos Aires, così come le conosciamo oggi.

Poi ci sono i problemi. L’integrazione, la microcriminalità, i traffici, l’islamizzazione, il terrorismo. Problemi spesso nemmeno voluti vedere da una cultura buonista, ecologica, sinistrosa, per cui tutto comunque va bene, senza accorgersi che il negare l’evidenza porta alla distruzione delle basi del consenso, alla xenofobia, al populismo che innesca ricatti elettorali e impedisce a chi governa di prendere decisioni sagge e consapevoli.

Ne ha fatto le spese anche la Merkel, che pure resiste nella sua linea di solidarietà e lungimiranza. Come se ne esce? Senza avere paura, senza sensi di colpa, con un po’ di consapevolezza della posta in gioco che, in fin dei conti, è la sopravvivenza del nostro modello di società, di welfare, di progresso diffuso.
Non avere paura di accogliere, non sentirsi in colpa per la storia dell’Occidente, non avere paura di reprimere quando è necessario, ricordarsi di aiutare anche e soprattutto i nostri poveri, che spesso sono le prime persone a dovere fare i conti con i nuovi poveri.

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