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lunedì 18 20 Novembre19

L’Economist: «Trump come l’Isis, una minaccia globale»

Una presidenza Trump porterebbe al caos politico negli Stati Uniti, a maggiori rischi per la sua sicurezza e danneggerebbe l’economia mondiale. «La sua vittoria provocherebbe caos politico e guerre commerciali». È quanto afferma l’Economist Intelligence Unit, società di ricerca del gruppo Economist

Una sentenza: «La sua vittoria provocherebbe caos politico e guerre commerciali». Gli Stati Uniti e il mondo hanno di che preoccuparsi. Una presidenza Trump porterebbe al caos politico negli Stati Uniti, a maggiori rischi per la sua sicurezza e danneggerebbe l’economia mondiale. Lo afferma l’Economist Intelligence Unit, società di ricerca del gruppo Economist, che inserisce la possibilità che dal prossimo gennaio Donald Trump sia il presidente degli Stati Uniti nella ‘top ten’ dei rischi globali per l’economia mondiale, in una posizione più avanzata rispetto al Brexit, l’uscita della Grasn Bretagna dall’Unione europea o a un possibile conflitto armato nel Mar meridionale cinese.

Nell’analisi si sottolinea come l’elezione di Trump potrebbe portare gli Stati Uniti ad avviare guerre commerciali, a una crisi con il Messico al quale il candidato repubblicano promette che farà pagare la costruzione del muro per proteggere il confine meridionale, ed essere invece vista come una benedizione dai reclutatori di estremisti in Medio Oriente, «aiutati dalla sua retorica anti-Islam». Gli analisti che comunque ritengono che Trump sarebbe sconfitto in un duello con Hillary Clinton in novembre, considerano che i rischi legati ad una sua elezione siano di pari livello di quelli «di una crescita della minaccia jihadista tesa a destabilizzare l’economia».

Dalla società di ricerca ammettono che «è molto insolito, non credo che l’abbiamo mai fatto, inserire un singolo politico al centro di una lista di rischi globali», ha dichiarato a Politico Robert Powell, manager di Eiu. «L’innata ostilità nei confronti di Trump da parte dei vertici repubblicani, combinata con l’inevitabile opposizione democratica ci porterebbero a vedere molte delle sue politiche più estremiste bloccate al Congresso – si legge nel rapporto – e queste interne tensioni minerebbero la tenuta della politica interna ed estera».

Trump, coerente con la sua dissennata prepotenza, intanto minaccia: «Ci saranno scontri se il partito mi negherà la nomination». Il tycoon ha avvertito che si rischiano “disordini” qualora i repubblicani non gli assegnassero la nomination per le presidenziali, magari sostenendo che per poche decine dei delegati in palio non ha raggiunto la necessaria maggioranza. Il Partito repubblicano non si dà pace. Donald Trump è in testa alla corsa delle primarie e potrebbe portare a casa la nomination in vista delle elezioni presidenziali di novembre, salvo poi perdere le elezioni -speranza trasversale- contro Hillary Clinton.

C’è una mezza idea che gira da settimane nel Grand Old Party: fare il possibile per azzoppare il tycoon, arrivando alla convention senza che nessuno abbia i numeri per la nomination. In questo si riaprirebbe la partita. Il candidato sarebbe il frutto di una mediazione politica. Un candidato di palazzo, scelto dall’establishment e non dagli elettori. Uno scenario rischioso per la tenuta del Partito repubblicano. Ma è uno scenario che non si può escludere a priori. Trump è ben consapevole del rischio e, proprio per questo, mette le mani avanti. Lo fa a modo suo, senza troppo tatto.

Avverte il Gop che ci potrebbero essere scontri se il partito dovesse negargli la nomination perché non raggiungerà, magari per poche decine di voti, il numero dei delegati necessari. Il miliardario si rende conto di non essere amato dall’apparato del suo stesso partito. Le critiche sono note: ha alzato troppo i toni, snaturando l’essenza del Partito repubblicano, fa breccia solo quando va allo scontro, ma in questo modo si gioca i voti “moderati”, che a novembre potrebbero risultare determinanti.
Detta all’italiana, qualcosa di simile a quanto sta vivendo la destra italiana lacerata tra l’aggressivo fascioleghismo di Salvini e il conservatorismo a caccia del voto moderato di Berlusconi.

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