sabato 20 luglio 2019

I cinque anni che hanno distrutto la Siria

C’è chi fa iniziare la guerra civile in Siria il 15 marzo 2011. Le prime manifestazioni contro il regime di Bashar al Assad, l’illusione delle primavera araba. Cinque anni esatti e 270mila morti dopo, una cronologia, una memoria, di una tragedia che da molti indifferenti viene letta oggi soltanto per le migliaia di profughi in fuga dai massacri che premono alle nostre frontiere.

I cinque anni che hanno distrutto la Siria

I cinque anni che hanno distrutto la Siria

Nel giorno in cui riprendono i colloqui a Ginevra, inizia il ritiro delle truppe di Mosca. E il conflitto entra nel sesto anno: il 15 marzo 2011 è la data che segna l’inizio di rivolte popolari contro il regime di Assad. Cinque anni esatti e 270mila morti dopo. Bilancio tragico e assieme incerto, come in ogni conflitto e guerra civile in particolare.
Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani con sede a Londra, una fonte non garantita ma ritenuta attendibile dal fronte occidentale, sono 79mila i civili uccisi, cifra che comprende 13.500 bambini e 8.700 donne. Migliaia i dispersi, gli oppositori nelle carceri del regime e i membri delle forze lealiste catturati dai ribelli e dai gruppi jihadisti, tra i quali lo Stato islamico.

Almeno 13 milioni di persone hanno dovuto lasciare la loro casa, migrazione interna, e cinque milioni hanno scelto di abbandonare il paese. La Turchia è oggi la principale terra d’asilo per questi rifugiati e ospita sul suo territorio tra i due e i due milioni e mezzo di siriani. Il Libano ne accoglie un milione e 200mila. In Giordania, sono 630mila quelli registrati all’agenzia delle Nazioni Unite, ma secondo le autorità il numero reale è di più di un milione. In Iraq sono fuggiti 225mila siriani, 137mila in Egitto. Il resto lo vediamo soffrire la disperazione e l’abbandono sulla rotta balcanica ormai chiusa.

Secondo alcuni esperti, cita Internazionale, il conflitto ha fatto tornare indietro di trent’anni l’economia del paese, privata di quasi tutte le sue entrate; la maggioranza delle infrastrutture è stata distrutta. I sistemi di istruzione e sanità sono in rovina e le esportazioni sono crollate di oltre il 90 per cento dall’inizio della guerra. Per il ministero del petrolio le perdite dirette e indirette nel settore dell’energia raggiungono i 58 miliardi di dollari. Dal 2015 la Siria vive in pratica senza luce, visto che a causa della guerra l’83 per cento della rete elettrica non funziona più. Sanità e alimentazione un privilegio per pochi.

LE TAPPE DEL MASSACRO

1. Cinque anni fa, 15 marzo 2011. Nel paese, sull’onda delle primavere arabe, manifestazioni senza precedenti a chiedere democrazia e sviluppo economico. Da più di quarant’anni al potere c’è la famiglia Assad, il fondatore della dinastia, Hafez, e dal 2000, suo figlio Bashar. Alcuni cortei sono dispersi a Damasco, ma è soprattutto a Deraa, nel sud, che il movimento acquista forza dopo gli arresti e le torture -è la denuncia- di giovani sospettati di aver scritto slogan antiregime sui muri. Washington, Parigi e Londra condannano la repressione violenta dei manifestanti, mentre il regime denuncia una rivolta armata organizzata di gruppi integralisti salafiti. La contestazione si allarga.

2. 17 luglio 2012. L’Esercito siriano libero, nel frattempo costituito anche attraverso l’aiuto in soldi e armi dall’occidente, diventa la principale componente della rivolta che unisce disertori e i civili che hanno preso le armi, prova a conquistare Damasco, ma il regime resiste. I ribelli lanciano la battaglia di Aleppo, che viene divisa tra zone controllate dai ribelli e quelle controllate dal governo.

3. 30 aprile 2013. Hassan Nasrallah, leader dell’organizzazione sciita libanese Hezbollah, riconosce che i suoi combattenti sono schierati al fianco del regime. Assad fa parte della corrente musulmana alawita -10 per cento della popolazione in Siria-, espressione dell’islam sciita, mentre la maggior parte della popolazione è sunnita.

4. 21 agosto 2013. Il regime è accusato di aver usato il gas sarin in due zone controllate dai ribelli vicino a Damasco e di aver provocato, secondo Washington, la morte di 1.400 persone. Successivi accertamenti rendono dubbi quei dati. A settembre, accordo russo-statunitense sullo smantellamento dell’arsenale chimico siriano che sospende in extremis i raid di Washington. Il carico di armi chimiche passerà dal porto di Gioia Tauro prima di essere disattivato.

5. 14 gennaio 2014. Le milizie jihadiste del gruppo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isil, nel frattempo organizzate, conquistano la città di Raqqa. A fine giugno, l’Isil cambia nome in Stato islamico, Isis più comunemente per noi, e annuncia la creazione di un califfato nelle zone conquistate in Siria e nel vicino Iraq.

6. 9 maggio 2014. La città vecchia di Homs, nel centro del paese, torna in mano all’esercito dopo un assedio di due anni e durissimi combattimenti. I ribelli la lasceranno definitivamente alla fine del 2015.

7. 26 gennaio 2015. L’Is è cacciato da Kobane, alla frontiera con la Turchia, dopo più di quattro mesi di combattimenti guidati dalle forze curde con il sostegno dei raid della coalizione antijihadista coordinata dagli Stati Uniti.

8. 30 settembre 2015. La Russia, chiamata in aiuto del governo, avvia una campagna aerea contro i gruppi ribelli-terroristici, tra cui l’Isis. Mosca è accusata di prendere di mira soprattutto le altre organizzazioni ribelli anti governative più dell’Isis. L’esercito siriano riesce, con l’appoggio dell’aviazione militare russa, a riconquistare numerose regioni.

9. 27 febbraio 2016. Favorita da russi e statunitensi, entra in vigore una tregua tra il regime e i ribelli, favorendo il rilancio dei negoziati intersiriani. Restano fuori dall’accordo sia l’Is sia il Fronte al Nusra, espressione di al Qaeda, che controllano più del 50 per cento del territorio della Siria.

10. 14 marzo 2016. Ricominciano a Ginevra le trattative di pace tra governo e ribelli, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Secondo il rappresentante dell’Onu Staffan de Mistura dovrebbero concludersi il 24 marzo.
La Russia annuncia il ritiro dal conflitto.

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