giovedì 18 luglio 2019

Caccia alle streghe non come eufemismo, streghe da rogo, donne

Il Noce di Benevento, quello sotto il quale si radunavano le streghe: “extinto serpente lustratum et expiatum.. et ob superstitionem deinde regentinantem dei munere.. tandem una cum nuce radicitus extirpatam..”. Il noce fu sradicato dal vescovo santo Barbato ma è sempre rinato. Una leggenda narra che gli oceani sono nati dalle lacrime delle donne. Francesca de Carolis immagina che ci sia ancora un noce grande quanto la Terra, per accoglierle tutte, le donne e le loro lacrime, sotto i suoi rami.

“Sulla piazza del mercato stanno impilando legna secca./ Un boschetto di ombre è mediocre riparo. Abito / l’immagine in cera di me stessa, un corpo di bambola. / Inizia qui la malattia: sono il gioco a freccette delle streghe. / Solo il diavolo può divorare il diavolo. / Nel mese delle foglie rosse salgo su un letto di fuoco. / (…) ”.
Randagiando fra le pagine della raccolta La luna e il tasso e altre poesie, di Sylvia Plath, che Piera Mattei, che è poeta anch’essa, ha tradotto per le edizioni Via del vento… Rimanendo inchiodata ai versi di Rogo di strega. Che ad altro non viene da pensare a ridosso, chiamiamolo così, del giorno delle mimose. Che ora che questo (il giorno) è passato, rimane il pensiero di quello (il letto di fuoco). E parlo proprio di quello strazio di corpi che rimanda ai secoli di processi, torture e roghi di cui leggiamo nella storia. Perché la caccia alle streghe non è affatto finita.

In senso letterale. Ne avevo letto, ad esempio, tempo fa, nella denuncia di Avdhash Kaushal, che è presidente di una Ong che si occupa fra l’altro di programmai di alfabetizzazione nei villaggi indiani, e racconta delle donne che nelle regioni tribali dell’India muoiono, accusate di essere streghe. E sono donne ‘senza uomo accanto’, nubili o vedove, che magari posseggono un terreno, qualche denaro… Accusate di stregoneria, vengono torturate, linciate, umiliate davanti al villaggio. Qualcuna, per la vergogna, provvede da sé ad uccidersi. Decine e decine ogni anno, nelle regioni tribali, e non solo, dell’India.

E chissà quali altre ancora, ovunque. Che in tanti modi si può ammazzare. Che anche “amaro è ‘o bene”, come titolava la canzone… e come riproponendola ci ricorda in un commovente video Diana Ronca ( voce del duo, Diana e Claudio, che da più di un quarto di secolo percorre le vie della tradizione napoletana). Ricordate? “Amare songo ‘e vase ca me daie … Ce sta int’all’aria nu presentimento.. / Chissà si chesta è già l’ultima vota/… Ce sta int’all’aria nu presentimento…”, intona la bella voce di Diana, affiorando intorno alla testimonianza di Annamaria, che vive sotto scorta perché ha denunciato i suoi aguzzini, mentre scivolano, scritte su bigliettini di carta, appuntati come post-it, storie di quotidiana violenza…

Ma non basta, che in tanti modi si può linciare. Che se non le si violenta o sfregia o ammazza, sono ‘mantidi’, ‘assassine’, ‘mamme senza cuore’…
Con una scusa o l’altra, con tutte le differenze, di modi, di luoghi, abitudini, pensieri, la storia è ancora la stessa. Estirpare quello che non piace, o che non riusciamo a possedere, che non è controllabile, soprattutto…

La storia è ancora tutta là, scritta nell’epitaffio del Noce (sì, il Noce di Benevento, quello sotto il quale si radunavano le streghe): “extinto serpente lustratum et expiatum… et ob superstitionem deinde regentinantem dei munere…tandem una cum nuce radicitus extirpatam…”. Il noce fu sradicato dal vescovo santo Barbato (seconda metà del seicento), ma sembra che poi sia rinato, e ancora rinato, ogni volta che qualcuno abbia voluto abbatterlo. Leggende, forse. Ma che ci crediate o no, la verità è che ancora lì intorno è possibile sentire voci. Di Gostanza, Matteuccia, Orsolina La Rossa, e di tante altre. Raccontano e ancora urlano il dolore delle torture che le hanno soffocate. “Scioglieteme che ve voglio dire el vero de ogni cosa…”. Scioglietemi, scioglietemi, che vi dirò la verità.

La verità… Si intreccia e si camuffa, a volte, in mille narrazioni che attraversano il tempo.
Ve ne racconto una, di cui mi ha parlato Annarita Persechino, che a Maranola, alle porte di Latina, ha raccolto storie della tradizione delle sue terre (“Sette fiori di malva rosa”, edizione Ghenomena). E un giorno mi ha raccontato, assicurandomi che è storia vera, dell’ultima Janara…
Di giorno era una donna come tante e, nel bisogno, come tutti, capitava che chiedesse aiuto a qualcuno, ma se questo si rifiutava, la notte ne pagava le conseguenze… Trovava i figli rovinati nel corpo o fuori dal letto che piangevano, oppure si ritrovava lui stesso con le ossa spostate… La gente del paese era terrorizzata. Ma spesso, nel momento del bisogno, quella stessa gente andava proprio da lei a chiedere aiuto. “Sapete com’è successo che a mio figlio è comparsa questa macchia sul petto…?”, “Avete un rimedio a questo dolore alle ossa”…

E lei, da brava donna, dava consigli. Strega di notte, buona madre di giorno.
Per la cronaca, si chiamava “Capo d’acqua”, perché si racconta che quando pioveva forte e c’era vento potente, lei con la sua giumenta cavalcava la valle e sembrava che guidasse le tempeste!
Ma, racconta Annarita, i suoi poteri non si trasmisero a nessuno perché la donna che avrebbe potuto accoglierli in sé non volle accettarli. E invece di stringerle la mano in punto di morte, in segno di continuità, le diede una scopa, e così Capo d’acqua, a cavallo di quella scopa, filò lontano, portandosi dietro tutti i suoi segreti. E credo che le donne rimpiansero a lungo i suoi poteri buoni.
Ah, le guaritrici… Diciamoci la verità, ancora qua e là le cerchiamo. Ma non bisogna disperare.
Ce ne sono ancora molte, di streghe, libere per il mondo. Ne ho vista una, proprio l’altra notte, passare veloce. Sembrava appena fuggita da qualcosa di terribile. Volava. Sospesa al canto antico: “Unguento unguento, mandame alla noce di Benvento/ supra acqua et supra vento et supre ad omne maltempo…“.

Un’antica leggenda di non ricordo più quale paese narra che gli oceani sono nati dalle lacrime delle donne. E immagino che da qualche parte ci sia ancora un noce grande quanto la Terra, per accoglierle tutte, le donne e le loro lacrime, sotto i suoi rami.

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