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mercoledì 18 Settembre 2019

Da tre anni papa Francesco

Nella foto Papa Francesco saluta Giulio Albanese. La tentazione di titolo era, l’uomo in bianco accanto a Giulio Albanese. Jorge Mario Bergoglio ne avrebbe certamente riso. Non abbiamo voluto rischiare con Padre Giulio, giornalista, pigro collaboratore di RemoContro e, buon sacerdote amico e testimone della pluralità assoluta di questo piccolo blog giornalistico. Ed ecco una sua riflessione su questo breve papato che già ha trovato tanti ostacoli in una parte di chiesa che non vuole rinnovarsi.

Tre anni fa e precisamente il 13 marzo 2013 veniva eletto al soglio pontificio il cardinale Jorge Mario Bergoglio col nome di Francesco, ispirandosi al Poverello d’Assisi. Cosa dire? Da una parte sono felice per l’indirizzo impresso alla Barca di Pietro dal suo 266° successore, primo papa non europeo dopo 1.272 anni. Dall’altra, avverto l’esigenza di esprimere la mia indignazione per le ininterrotte critiche mosse all’azione e alla persona del Vescovo di Roma da parte di personaggi pseudo-cattolici che negano il suo primato. L’attacco mosso nei suoi confronti non viene dai soliti mangiapreti, ma da gente che, nei pontificati precedenti, si è sempre professata cattolica, ostentando virtuosamente mani giunte e collo storto.

Duole doverlo scrivere, ma si tratta davvero di “sepolcri imbiancati” che vorrebbero impedire l’affermazione dei temi che papa Bergoglio sta sviluppando coraggiosamente nel suo magistero, in particolare la fine della Chiesa Costantiniana (quella fatta di pianete dorate, veli omerali di broccato, stole a lamine d’argento, merletti e candelabri…) nel contesto di un ampio disegno di riforma, il rilancio del cammino conciliare, l’indicazione di un forte rinnovamento pastorale, la denuncia delle strutture di peccato che deturpano la persona umana e mettono in pericolo la sopravvivenza del pianeta. Personalmente, ritengo un segno di grande speranza la centralità data da papa Francesco alla misericordia, al popolo di Dio e al “senso della fede” che anima ogni credente.

Mi torna alla memoria un altro grande vescovo del Novecento, don Tonino Bello, quando affermava che la Chiesa deve far proprio il potere dei segni e non adottare i segni del potere: “Ecco perché non dobbiamo più avere i segni del potere ma il potere dei segni! Non per smania di originalità, ma solo e soltanto per esigenza evangelica!” E i segni nuovi di papa Francesco rivelano, senza dubbio, che siamo di fronte a un nuovo corso, impegnativo e, al contempo, segnato dalla speranza, che la nostra Chiesa deve metabolizzare col tempo. Mettendo, soprattutto, in atto una prassi conviviale, secondo il sogno di don Tonino e del vescovo Francesco: una “Chiesa del grembiule” e non più una comunità segno del potere.

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