giovedì 20 giugno 2019

La Turchia coi soldi Ue non accoglie i siriani in fuga da Aleppo

La Turchia promette ‘porte aperte’ per i profughi in fuga da Aleppo che si stanno ammassando alla frontiera, ma in realtà i siriani restano dall’altra parte del confine. Oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel ad Ankara per concludere l’accordo da tre miliardi di euro tra l’Unione europea e la Turchia. Erdogan vuole  una ‘zona cuscinetto’ in territorio siriano con la vigilanza dell’esercito. Sospetti e paure

La Turchia chiude la frontiera di Bab al-Salam con la Siria bloccando decine di migliaia di disperati in fuga dalla battaglia di Aleppo. Più di 30 mila quelli che hanno raggiunto il confine ma sono ancora sul lato siriano, senza ripari e cibo. Ankara non ha al momento un piano per far loro attraversare la frontiera, aggiungono le autorità turche. Un richiamo a non sigillare le frontiere dinanzi all’emergenza umanitaria che arriva dalla Siria arriva dai ministri degli Esteri dell’Unione europea che hanno ricordato alla Turchia il dovere morale e legale di accogliere i rifugiati siriani in fuga da Aleppo.

 

siria profughi sito

 

Una fuga di massa da Aleppo che si è già trasformata in una nuova tragedia e che è stata scatenata dall’avanzata sempre più imponente dei governativi. I soldati di Bashar al Assad, infatti, spinti in avanti dai bombardamenti dell’aviazione russa, sostenuti dai miliziani di Hezbollah oltre che dai militari dell’esercito iraniano, stanno per chiudere l’assedio su quella che era la seconda città del Paese, occupata per mesi dai ribelli di varie formazioni.

 

Sul piano militare, situazione praticamente disperata dei ribelli ad Aleppo e dintorni, circondati su tre fronti: da Ovest i curdi dello Ypg, a Est c’è l’Isis, da Sud avanzano i governativi. Decisiva per la vittoria di Assad sembra essere stato l’afflusso di rinforzi dai Paesi sciiti alleati della Siria. Rinforzi oltre che dal Libano, dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Le forze d’assalto nella battaglia di Aleppo sono composte soprattutto da Hezbollah libanesi (dai 10 ai 20 mila uomini in Siria), iracheni reduci dalle battaglie con l’Isis a Tikrit, e gli hazara afghani (minoranza sciita). Gli iraniani hanno un ruolo soprattutto di consiglieri, anche se i ribelli rivendicano l’uccisione, ieri, del generale Mohsen Ghjardyan al fronte.

 

L’arrivo dei rinforzi iracheni a fianco dei governativi, dai 2500 ai cinquemila, è stato possibile anche grazie ai raid della coalizione arabo-occidentale in Iraq che hanno indebolito lo Stato islamico. «Non ci sono stime sicure, ma le forze ribelli – conferma – intercettano un numero sempre maggiore di comunicazioni in dialetti iracheni».

Va anche detto -precisa Giordano Stabile sulla Stampa– che Damasco deve fronteggiare a sua volta una «armata internazionale», soprattutto di islamisti. Nelle formazioni ribelli Jaysh al-Fatah, e Jaysh al-Muhajirin secondo Elijah J. Magnier, analista dell’Al-Rai Media Group, «ci sono uomini provenienti da Arabia Saudita, Cecenia, Daghestan, Uzbekistan».

 

La battaglia di Aleppo, spiega Hossam Abouzahr dell’Atlantic Council’s Rafik Hariri Center for the Middle East, ‘è la prima netta dimostrazione di come la combinazione di forza aerea russa e consiglieri sul terreno è riuscita a compensare la mancanza di uomini fra i governativi’.

Gli aerei russi, tecnologicamente avanzati sono in gradi di operare operare in ogni condizione e questo ha cambiato le sorti della battaglia: i ribelli, che sei mesi fa contavano su 22 mila uomini solo ad Aleppo, si sarebbero ridotti a 13-15 mila e ora -sempre Stabile- rischiano di essere annientati in una sacca, «intrappolati con 350 mila civili, affamati e sottoposti a incessanti bombardamenti».

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