lunedì 27 maggio 2019

Flotta Ue antiscafisti ‘terza fase’. Come rimediare a un fallimento

Annunciata con troppo squilli di tromba quando l’emozione popolare per le stragi di migranti in mare era al massimo, l’operazione di una flotta Ue anti scafisti si è rivelata un fallimento per i limiti di non intervento in acque libiche. Ora provano a convertire la missione senza doverla annullare

Missione navale europea ‘Sophia’, ridotta al nobile compito di soccorso in mare, passerà alla ‘terza fase’.

Nata per combattere il traffico di esseri umani nel Mediterraneo, la missione navale europea ‘Sophia’ cerca un suo ruolo che vada oltre all’attuale soccorso navale armato lungo il Canale di Sicilia. Adesso a Bruxelles, in imbarazzo per risultati e oneri dell’impresa a comando italiano, provano a inventarsi una misteriosa ‘terza fase’. Ci manca la seconda, salvo il bis multinazionale dei ‘Mare Nostrum’, ma pazienza.

La “terza fase” permetterebbe interventi contro gli scafisti anche nelle acque libiche, ma anche operazione di formazione di guardacoste libiche. Siamo sempre ed ancora nelle buone intenzioni. In attesa e nella speranza che il governo di unità nazionale libico con levatrice Onu venga realmente adottato dalla maggioranza dei popoli libici. E che poi lo stesso governo chieda all’Ue di dare una mano a fare pulizia in casa. Da un lato la guerra alle bande armate e all’Isis, dall’altro, -misero ruolo per la nostra portaerei Cavour- addestrare gli equipaggi dei loro guardacoste.

Diplomazia-ipocrisia al Consiglio informale dei ministri della Difesa il 5 febbraio ad Amsterdam. Riciclaggio delle missioni mal riuscite. Quindi ‘Eunavfor Med’, con l’aggiunta di Eubam, altra missione, questa civile per l’assistenza al controllo delle frontiere istituita dall’Ue nel 2013, “per assistere la Libia nelle riforme del sistema di sicurezza e delle istituzioni democratiche”. E serviva tutto quell’ambaradan armato che abbiamo a fatica strappato a Paesi decisamente reticenti?

Per fortuna si levano anche voci critiche che rilanciano un ripensamento più radicale del problema.

La lotta ai trafficanti di esseri umani attivi in Libia è ancora molto lontana da una parvenza anche solo simbolica di efficacia. La flotta Ue continua a imbarcare immigrati clandestini -quasi 10 mila- e a portarli in Italia. Problema posto da componenti non molto vicine ai bisogni dei migranti della fame, loro sono appunto quasi tutti provenienti da paesi dell’Africa Occidentale e non hanno alcun titolo ad ottenere asilo. Clandestini per status e destino.

Certo, di gommoni se ne affondano, ma è evidente che la perdita di un’imbarcazione gonfiabile di fabbricazione cinese costata poche centinaia di euro non rovina certo i profitti dei trafficanti che su ognuno di quei natanti imbarcano circa 250 persone che hanno pagato in media 2400 euro viaggio.

Anche l’arresto degli scafisti, per lo più rapidamente rimessi in libertà dalla giustizia italiana, non risulta un deterrente efficace contro un fenomeno criminale che ha portato in Italia 170 mila clandestini nel 2014, 155 mila nel 2015 e 5 mila nel gennaio di quest’anno.

Contare su una richiesta del nuovo governo libico per consentire l’intervento di Eunavfor Med sulla costa potrebbe rivelarsi illusorio per almeno tre ragioni, commenta Gianandrea Gaiani su ‘Analisi Difesa’. 1) Il nuovo governo di fatto non esiste ancora: Fayez al-Sarraj parla di un esecutivo di soli 12 ministri che resta ancora in alto mare. 2) L’incertezza da dove il nuovo governo potrà cercare di governare le oltre 300 milizie interne e l’Isis asserragliate a Sirte. 3) Ma davvero il nuovo esecutivo avrebbe la forza di dichiarare guerra ai trafficanti i cui affari garantiscono “ricadute” a tante milizie e forze politiche locali?

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