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venerdì 22 Novembre 2019

Verso l’intervento in Libia
ma in disaccordo su tutto

Melina diplomatica alla Farnesina con Kerry che fa da padrone di casa. Sull’intervento militare spinte, controspinte e confusione totale. Tornado e reparti speciali, forse. E l’Italia prepara forse l’intervento anti-Isis in Libia in una confusa coalizione internazionale. Serve governo locale

C’è molto del calcio in questa difficile partita internazionale. Mercato di chi compra, chi vende, chi propone scambi. Mentre, sul campo, si fa melina perché nessuno a voglia di rischiare veramente e vorrebbe essere sicuro del risultato vincente.

 

 

Alla Farnesina terzo vertice della abborracciata coalizione internazionale anti-Isis in formato mini -i 23 Paesi europei- che hanno chiamato il segretario di Stato John Kerry a tentare di coordinarli. Prova a fare l’ottimista l’uomo di Obama: Isis ha perso terreno nel 40% dell’Iraq e nel 20% della Siria, ma il buco nero ora è la Libia.

 

 

Kerry a Roma compra giocattoli
Kerry a Roma compra giocattoli

 

Troppo dire, poco fare. Pressing americano su Roma da mesi. Ma Roma -nonostante improvvide di ministri- ha già fatto sapere alla Casa Bianca che l’Italia non ha intenzione di entrare in guerra in Libia, salvo recentissime correzioni in corso d’opera sulle quali si sta trattando ancora. ‘Svolta strategica’ esagera qualcuno.

 

 

Se e quando il nuovo governo libico sarà operativo, a quel punto partirebbero le procedure per un intervento anti-Isis ma guidato, secondo il modello Iraq, dagli stessi libici e ai quali aggregare unità speciali internazionali, con la partecipazione di Stati Uniti, Italia, Gran Bretagna, Olanda, Francia e, possibilmente, anche di alcuni Paesi arabi.

 

 

E dentro queste unità speciali troverebbero spazio le eccellenze militari italiane: Tornado e reparti speciali di piccole dimensioni ma di forte impatto operativo, rivela La Stampa. Impegno gravoso per l’Italia e per Renzi che, conoscendo i vincoli politici e militari con gli Stati Uniti, ha tenuto il punto con la linea non-interventista dela politica estera italiana nel dopoguerra. Salvo rare eccezioni

 

 

L’accordo in realtà è più ampio e prevede interventi di varia natura ed è a questo che si riferiva alcuni giorni fa il «New York Times», quando raccontava di «un nuovo fronte» in Libia, aperto dagli americani, affiancati da inglesi, francesi e italiani. Quando ci sono di mezzo armi e soldati da mandare a combattere e catene di comando da affinare, le trattative si prolungano sino all’ultimo minuto utile.

 

 

Infatti dura da mesi e durerà ancora sino a che non si sarà insediato in Libia un vero governo di unità nazionale. Ma le prime indiscrezioni sui compromessi già raggiunti sono trapelate dalla Farnesina. Il primo riguarda la presenza delle milizie dello Stato islamico, tra Sirte verso i terminal petroliferi di Sidra, verso Misurata e in Tripolitania e di nuclei qaedisti in Cireanica occidentale.

 

 

 

Renzi ha sempre risposto picche, agli americani che hanno sempre escluso un loro impegno a terra. Ma per effetto di diversi incontri italo-libici, si profila una prima intesa: gli italiani potrebbero fornire personale militare per l’addestramento della polizia e dell’esercito ma anche per la protezione di obiettivi sensibili, a cominciare dagli aeroporti.

 

Punto di forza  della presenza di Kerry a Roma, l'incontro col collega russo Lavrov
Punto di forza della presenza di Kerry a Roma, l’incontro col collega russo Lavrov

 

L’alibi di azioni di unità di terra e di aria, agli ordini di ufficiali libici. Una coalizione con due Paesi-leader, Italia e Gran Bretagna e dentro la quale i gli altri Paesi darebbero un apporto diverso: gli americani fornirebbero droni, aerei e intelligence; i tedeschi con un ruolo d’addestramento militare, in Tunisia. I francesi sul confine sud, sul Mali dove si concentrano gli interessi di Parigi.

 

 

Incognite ancora infinite. Anzitutto lo strumento giuridico-diplomatico: si immagina anche in questo caso di seguire anche in questo caso il modello Iraq, che ha ‘chiamato’ la coalizione, bollando l’Isis come «una organizzazione terroristica globale». Se il piano principale dovesse impantanarsi, rimarrebbe un inefficace il piano b: raid aerei sui quartier generali terroristi.

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