sabato 20 luglio 2019

REPORTAGE
Istria e filo spinato:
dove finisce l’Europa

Dragonja, un borgo e un fiume nell’entroterra istriano fatto confine, fra tre culture e due Stati. Così l’Istria, una terra geograficamente e storicamente unita, è oggi separata da un muro eretto dalla grande paura delle rotte di migranti che risalgono i Balcani per raggiungere l’Europa.

Confine: incontro o separazione?

Dragonja è un piccolo borgo di confine dell’entroterra istriano tra Slovenia e Croazia e prende il nome dal fiume che lo attraversa. Il Dragonja già segnava il confine interno tra la Repubblica Socialista Slovena e la Repubblica Socialista Croata ai tempi della Jugoslavia. Oggi è invece il confine internazionale che divide la penisola istriana tra i due paesi slavi. È però diventato negli ultimi mesi un triste simbolo della rinnovata divisione tra i popoli. Il filo spinato che dall’11 novembre scorso divide la Slovenia dalla Croazia e voluto dal primo ministro sloveno Miro Cerar passa anche di qua. Così l’Istria, una terra geograficamente e storicamente unita, è oggi separata da un muro eretto dalla grande paura delle rotte di migranti che risalgono i Balcani per raggiungere l’Europa.

 

Istria confine fb

 

Le merci più delle persone?

Ed è stata proprio l’Europa la protagonista assente della protesta contro il filo spinato andata in scena giovedì 7 gennaio ai margini del borgo sloveno. Una delegazione di sindaci del goriziano guidati dal presidente della provincia di Gorizia Enrico Gherghetta ha incontrato i rappresentanti dell’Unione Italiana – l’organizzazione degli italiani in Slovenia e Croazia – e alcune autorità locali slovene. L’incontro ha avuto il suo culmine nella deposizione di alcuni mazzi di fiori all’interno del filo spinato, seguita dai commenti rilasciati dai diversi rappresentanti davanti ad una platea di soli giornalisti. E una promessa: “fino a quando non verrà tolto il filo spinato, questa battaglia andrà avanti perché – ha continuato Gherghetta – questa è una battaglia per l’Europa. Non vogliamo lasciare un mondo dove le merci hanno più diritti delle persone”.

 

 

 

I fili spinati chiudono chi sta dentro

In questo angolo della periferia europea, che molto ha sofferto dei nazionalismi del XX secolo, si sente voglia di Europa, garante di pace e prosperità. I collegamenti con la storia sono immediati e sentiti e il filo spinato diventa presto il simbolo di un tradimento nei confronti di quell’idea di Europa “che sconfisse il nazifascismo”. A Dragonja non c’è stata paura nemmeno a pronunciare la parola “guerra”, che qui è stata vissuta l’ultima volta agli inizi degli anni Novanta. Perché, secondo i delegati, è dalla chiusura dei confini che sono scoppiate le guerre. L’appello agli “amici” sloveni a togliere il filo spinato si è quindi trasformato in un j’accuse all’Europa della chiusura, “vittima del protezionismo economico e sociale”. A un’Europa che “se si rinchiude non avrà futuro” perché, sottolinea il presidente dell’Unione Italiani Furio Radin, “i fili spinati rinchiudono quelli che stanno dentro e non quelli che stanno fuori”.

 

 

 

Europa dei popoli o del capitale?

La delegazione, ha voluto ribadire che italiani, sloveni e croati vogliono vivere insieme e vogliono vivere in pace. E questo è possibile solo all’interno di un’Europa che non ha paura. Lo stupore dei rappresentanti locali è in fondo quello di molti analisti politici: come è possibile che un continente da oltre 500 milioni di abitanti, con il più grande mercato integrato al mondo, tremi davanti ad appena un milione di profughi? La risposta forse va cercata nelle mancate scelte del passato e nella costruzione di “un’Europa del capitale a scapito dell’Europa dei popoli”.

 

 

 

Gli esuli dal passato i profughi oggi

In Istria si sono saldate le paure del passato e quelle del futuro, gli esuli di allora e i profughi di oggi. La paura dell’invasione di popoli lontani sta producendo in Europa paure già sperimentate: la divisione e il sospetto. Ma è dalla ferma volontà di non rivivere quel passaggio della storia che si riscopre il bisogno di Europa, che dalle parole dei delegati istriani suona con estrema semplicità: “vogliamo continuare a vivere in pace”. La posta in gioco è chiara. L’unità dell’Europa deve essere preservata, altrimenti nessuna pace può più essere garantita. E per preservarla ci sarà bisogno di attuare politiche d’integrazione e non di esclusione. Il filo spinato è il simbolo della divisione e del sospetto. Per di più con una bassa efficacia da un punto di vista operativo.

 

Istria Radin fb

 

Più Europa e più Europa politica

Questo è il segnale che è stato lanciato dal confine istriano.

Prima di lasciarsi alle spalle il filo spinato addobbato con fiori, poesie, cartelli in inglese, sloveno e arabo, Radin ha ammesso che “le cose peggioreranno e solo la società civile potrà migliorarle”. La sfiducia nei confronti dei governi è alta. In fondo, la chiusura dei confini restituisce ai governi una centralità politica in parte persa a favore di autonomie locali e poteri sovranazionali.

 

Mentre la delegazione e i giornalisti attraversavano le vigne e i meleti sloveni segnati dal filo spinato le bandiere dell’Unione Europea, della Slovenia e della Croazia sventolavano insieme sopra al confine. Quasi a ricordare che le ansie dell’Europa dipendono ancora una volta dalla (in)stabilità dei Balcani.

 

 

 

 

FOTO

di Carlo Cattaneo, insegna fotografia all’Universidad Externado de Colombia, a Bogotà.

 

2: La delegazione passa sotto il confine

4: La deposizione dei fiori

7: Particolare, filo spinato

8: Filo spinato

9: Particolare, filo spinato con poesia in istriano e sloveno

10: Particolare, filo spinato

11: Delegazione sotto il confine

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