domenica 21 luglio 2019

Trivellazioni petrolifere
L’Italia ci ripensa per
paura dei referendum

Il governo fa marcia indietro e riscrive la storia italiana delle prospezioni petrolifere con tre importanti emendamenti. Cala il sipario sul mega impianto abruzzese Ombrina mare, ma anche sul siciliano Vega B. Gli ambientalisti: è un’ammissione di colpa. Le regioni No Triv: vittoria popolare

Dopo Parigi e dopo il via libera della Corte costituzionale al referendum promosso dalle dieci Regioni No Triv, la posizione del governo sulle trivelle in mare è diventata insostenibile. Renzi non vuole giocarsi la faccia dopo l’accordo globale sul clima. Per questo fa riscrivere la storia italiana delle prospezioni petrolifere con tre importanti emendamenti nella legge di Stabilià 2016. Si torna quindi al limite delle 12 miglia dalla costa adriatica.

 

trivelle 2

 

Cala il sipario anche sul mega progetto Ombrina mare, la piattaforma petrolifera con annessa raffineria della Medoligas Italia (ora Rockhopper Italia Spa). L’impianto sarebbe dovuto sorgere a meno di 5 miglia dalla costa meridionale abruzzese. Pura follia per il Coordinamento No Ombrina, che ora esulta per la “marcia indietro che può segnare una prima vittoria dei cittadini”. Di “vittoria popolare” parla anche il governatore della Puglia Michele Emiliano.

 

La mossa del governo è un’ammissione di colpa per “aver sacrificato lo sviluppo sostenibile del Paese agli interessi dei petrolieri”, anche secondo gli ambientalisti del Fai, Greenpeace, Legamiente, Marevivo, Touring Club Italiano e Wwf.
Questo ripensamento “dimostra quanto improvvisate e strumentali fossero le norme pro-petrolieri, che hanno messo a rischio l’ambiente marino e le economie del mare pur di andare a sfruttare giacimenti che non risolvono i nostri problemi energetici”.

 

Secondo i calcoli, infatti, quei giacimenti coprirebbero il fabbisogno nazionale solo per sette settimane. Ma il vero freno alle trivelle arriva dopo gli impegni presi a Parigi, dove la parole d’ordine è decarbonizzazione dell’economia e misure straordinarie per uno sviluppo delle rinnovabili.

 

A gettare benzina sul fuoco anche la questione sicurezza. Non esistono piattaforme sicure, insiste Greenpeace. Lo dimostra l’esplosione di un impianto nel mar Caspio il 5 dicembre scorso. Nell’incidente sono morti 32 operai. Incalcolabili i danni ambientali.

 

Anche se per Renzi il fronte più pericoloso è sempre quello interno. Col fiato sul collo di dieci Regioni No Triv – la maggioranza a guida Pd – non è facile tirare dritto sui contestatissimi articoli 38 e 35 del cosiddetto Sblocca Italia, quelli che liberalizzano le trivelle in mare.

 

E insieme alle 12 miglia gli emendamenti cancellano la dichiarazione di “strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività petrolifere” e del vincolo preordinato all’esproprio della proprietà privata”. Formule con le qualei il governo avrebbe aggirato il controllo e la volontà dei territori, dando via libera alle lobby del fossile.

 

trivelle 1

 

Ora la palla passa al Parlamento per l’approvazione degli emendamenti, che potrebbero mettere la parola fine anche ad altri procedimenti. Tra questi il Vega B nel canale di Sicilia e in parte anche quelli per la ricerca di gas e petrolio in un’area di 30.000 chilometri quadrati nel mare Adriatico promossa dalla Spectrum Geo.
Da qui potrebbe ripartire la discussione per un nuovo Piano per il clima e l’energia in chiave green; è quello che si augurano gli ambientalisti e i comitati No Triv.

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