mercoledì 19 giugno 2019

Su Isis bombe britanniche
e l’Europa a casaccio

Nella notte tra il 2 e il 3 novembre, i primi bombardamenti britannici sulla Siria. Una settimana dopo gli attentati di Parigi, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione 2249 che chiede di ‘distruggere il rifugio che l’Is ha stabilito in parti significative dell’Iraq e della Siria’

Sotto l’ombrello Onu, la risoluzione 2249, il parlamento britannico ha approvato la proposta del governo Cameron di bombardare le basi del gruppo Stato islamico in Siria. Il seguito di quanto il Regno Unito sta già facendo in Iraq da settembre del 2014.

La missione britannica in Siria risponde al comando centrale della coalizione guidata dagli Stati Uniti da Al Udeid in Qatar.

Due cacciabombardieri Tornado che si sono aggiunti agli otto già impegnati nei bombardamenti in Iraq alla base della Royal air force di Akrotiri a Cipro (nella Foto di copertina).

 

 

Scontata la risposta Isis, via social network.

Militanti islamici in Siria e in Iraq sarebbero stati esortati a tornare in Gran Bretagna per compiere attacchi. Le informazioni dell’intelligence si aggiungono ai messaggi circolati online, con lo slogan piu’ ripetuto ”Londra dopo Parigi”.

 

 

Il Regno Unito uscito dall’isolazionismo dopo l’avventura irachena al fianco di George W. Bush? Solo in parte.

Il Sì all’intervento in Siria è arrivato grazie alla libertà di voto concessa dal nuovo leader pacifista dei Labour Corbyn ai suoi parlamentari.

Resta la tentazione britannica ben narrata da Bernard Guetta si Internazionale, di copiare la Svizzera, di mettersi al riparo dai tormenti del mondo attirando i capitali e cercando di non farsi troppi nemici.

Assieme alla ‘Brexit’, l’uscita britannica dall’Ue.

 

Operation Iraqi Freedom

 

Cose di casa

 

Ma cosa significa, per l’Italia, accogliere l’appello della Francia dopo che il partner europeo ha invocato la clausola di difesa collettiva prevista dal trattato di Lisbona? Cosa farà l’Italia contro l’Is? Cosa sta facendo ora?

 

 

Fin dall’inizio della campagna guidata dagli Stati Uniti, ormai un anno fa, l’Italia ha destinato alle operazioni contro lo Stato islamico in Iraq quattro tornado del Sesto stormo di Ghedi, un aereo cisterna, alcuni droni Predator disarmati e due ricognitori Reaper, tutti con base in Kuwait.

 

In queste attività sono impegnati circa 250 uomini e donne dell’aeronautica.

 

 

L’Italia ha personale nei comandi multinazionali in Kuwait e in Iraq, a Baghdad ed Erbil, oltre ad addestratori per le forze armate e di polizia irachene.

Tra forze speciali, marina, genieri e carabinieri sono impegnate in tutto 530 persone, che aumenteranno fino a 750 con i decreti in corso di rinnovo.

 

 

Dopo la richiesta di aiuto di Hollande, da parte italiana sono stati però esclusi bombardamenti aerei contro le basi dello Stato islamico, in Iraq come in Siria.

Accordi segreti mediati anche a Parigi vedrebbero presto l’Italia impegnata sul fronte anti Isis in Libia. Il problema pare sia sempre quello del ruolo di comando preteso da Roma e incompatibile a livello Onu per il nostro passato coloniale in quella terra.

Per la Siria, solo diplomazia e coordinamento tra intelligence.

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