giovedì 20 giugno 2019

Curdi contro curdi
dove Siria ed Iraq
diventano Siriaq

In guerre complesse e complicate come quella nei territori di Siria e Iraq, il ‘Siraq’, è naturale guardarsi intorno per trovare un barlume di normalità a cui aggrapparsi. Chiedersi da che parte stare, chi tifare e chi aiutare diventa un esercizio di sopravvivenza morale, prima ancora che un imperativo strategico. Una necessità di chiarezza. Una […]

In guerre complesse e complicate come quella nei territori di Siria e Iraq, il ‘Siraq’, è naturale guardarsi intorno per trovare un barlume di normalità a cui aggrapparsi. Chiedersi da che parte stare, chi tifare e chi aiutare diventa un esercizio di sopravvivenza morale, prima ancora che un imperativo strategico. Una necessità di chiarezza. Una speranza di poter intravedere un futuro migliore. Anche se manipolato dall’esterno, meglio del caos hobbesiano del tutti contro tutti.

Ecco allora che irrompono sulla scena i “curdi”. Attori senza macchia di una farsa politica, ormai trasformata in tragedia generazionale e potenziale miccia globale.

I curdi. L’unica certezza. I nostri boots on the ground. Gli unici che combattono davvero lo Stato Islamico. Non come gli altri, che fanno finta di bombardare l’Is, ma sono mossi in realtà solo da fini egoistici.

La Turchia contro i curdi e Assad.

La Russia e Assad contro i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti.

Arabia Saudita e Iran alle prese con il contenimento reciproco.

Per cui i Sauditi trovano più gustoso il bombardamento massiccio degli sciiti Houthi in Yemen. Mentre l’Iran degli Ayatollah riempie le fila dell’esangue esercito siriano con i suoi pasdaran.

 

 

Ecco allora che emergono sui tavoli delle cancellerie occidentali e sulle prime pagine dei quotidiani europei i curdi, genericamente intesi. Appunto, eroi senza macchia. Un popolo di cui solo la sfortunata sorte storica ha cancellato dalla memoria il contributo al primo genocidio del Novecento. Quello degli Armeni, con cui condivideva la terra. Ma che ora, “ripulita” dalla presenza armena, può chiamare impunemente Kurdistan e rivendicarlo a Turchia, Siria, Iraq, Iran.

Popolo sfortunato e per questo simpatico a molti. Ma c’è da fare chiarezza. Perché parlare di curdi senza ulteriori specificazioni crea solo altra confusione. Necessità questa ancor più urgente se proprio ai curdi si vuole affidare l’incarico di combattere lo Stato Islamico sul terreno.

 

L’Italia, per esempio, ha già mandato 280 soldati ad Erbil, capitale de facto del Governo Regionale del Kurdistan iracheno (Krg), per addestrare i famosi peshmerga. Ma i curdi, ancora genericamente intesi, combattono lo Stato Islamico?

In realtà, anche loro combattono la loro guerra. Una guerra d’indipendenza per ritagliarsi quello stato che rimase una nota a margine nella pace di Versailles del 1919. Tendono quindi a non spingersi più in là di ciò che considerano il loro confine. Un’avventura in terre pienamente arabe è per loro un azzardo strategico.

Perché nel Siraq ognuno combatte la sua guerra. E solo la sua. La posta in gioco è il futuro assetto del Medio Oriente e non la distruzione del sedicente califfato. Capita però ogni tanto che qualcuno il califfo lo debba combattere sul serio. Almeno fino a quel confine, oggi virtuale, che un giorno potrà essere tracciato sulla mappa.

 

 

I curdi non sono una forza politica. Ne sono molte. Sono un popolo diviso tra quattro stati che esprime diversi orientamenti politici, ognuno con i propri obiettivi e la propria strategia, nonché la propria organizzazione. Parlare di curdi sembra quindi del tutto fuorviante. A partire dalla più banale e inflazionata verità che si legge sui giornali e si sente nei talk show: i curdi combattono lo Stato Islamico. Falso.

Il popolo curdo non è un corpo estraneo al Medio Oriente. Ne fa parte e ne riproduce le complessità e le contraddizioni dell’eredità storica. Vi sono quindi curdi ostili al progetto califfale di al-Baghdadi, ed altri affascinati da esso che hanno scelto di morire in suo nome.

Tra i primi vi sono sicuramente gli uomini e le donne del Rojava, ovvero le forze legate al Partito dell’Unione Democratica (Pyd), ala siriana del Pkk, la cui bussola politica è indicata da Abdullah Ocalan nel confederalismo democratico. Un confederalismo ispirato al pensiero libertario, ecologista e municipalista dell’anarchico americano Murray Bookchin. Alquanto sui generis nell’orizzonte mediorientale.

Al vertice opposto dello schieramento curdo anti-califfo troviamo il Kurdistan iracheno di Mas’ud Barzani, leader del Partito Democratico del Kurdistan (Pdk), forza politica nazionalista e conservatrice, la cui espressione militare sono i peshmerga.

Barzani è tra i principali alleati mediorientali della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, anche nella sua lotta al Pkk, il Partito dei Lavoratori del Krudistan, con cui Ankara è in guerra da oltre quarant’anni.

I curdi sono musulmani sunniti e sono in gran parte schierati con formazioni politiche del conservatorismo islamico. In Turchia, per esempio, il primo partito di preferenza tra i cittadini di etnia curda è proprio l’Akp del presidente Erdogan.

Un primato che ha vacillato solamente alle elezioni del 7 giugno scorso, a fronte del successo di Selahattin Demirtas del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), ma riconfermato in parte alle successive del 1 novembre.

 

 

Ed è di etnia curda la gran parte dei cittadini turchi che ha raggiunto le fila dell’Is. Città curde quali Bingol o Adiyaman nel sud est della Turchia sono veri e propri centri di reclutamento dell’Is. Bingol è anche la principale roccaforte politica dell’Hizbollah turco, una fazione islamista sunnita legata agli Zaza, un sottogruppo etnico dei curdi. Dichiarata fuorilegge, si è ora riformata nell’Huda-Par, il Partito della Libera Causa.

L’Huda-Par non sostiene direttamente l’Is, ma suoi appartenenti, insieme ad altri salafiti, hanno raggiunto l’esercito di al-Baghdadi durante l’assedio di Kobane.

A Kobane e a Tell Abyad è infatti andato in scena un triste atto della guerra civile curda. Dove si sono consumate tragedie familiari, come quella di due fratelli originari di Adana, in Turchia, arruolatisi uno con le Ypg, le milizie del Pyd, e l’altro con lo Stato Islamico. A conferma della complessità della realtà politica anche all’interno del fronte curdo.

Non solo curdi di Turchia, ma anche circa 500 curdi iracheni si sono uniti ai jihadisti, soprattutto dalla regione di Halabja che, come Bingol, è una roccaforte del conservatorismo islamico curdo, e controllata fino al 2003 dal gruppo estremista sunnita curdo Ansar al-Islam. Altri jihadisti curdi hanno invece preferito unirsi a Jabhat al-Nusra, la formazione che rappresenta al-Qaeda in Siria.

 

 

In Siria, e a Kobane e Tell Abyad in particolare, si fronteggiano almeno quattro distinte formazioni curde che, semplificando, possono essere così elencate: il Pyd-Pkk, i peshmerga iracheni conservatori, gli jihadisti dello Stato Islamico e quelli di Jabhat al-Nusra.

Quando è possibile l’Is combatte anche contro al-Nusra. Mentre il Pdk di Barzani cerca di evitare che il tandem comunista libertario Pyd-Pkk si imponga come principale leadership curda del variegato fronte anti-califfo.

 

 

Se l’Italia e la coalizione occidentale anti-Is vogliono sostenere i curdi nella guerra ad al-Baghdadi è bene tener conto di almeno tre questioni.

Uno, la varietà politica che anima il popolo curdo (di cui qui non si è detto dell’appendice iraniana) impone una riflessione su quali fazioni sostenere.

Due, che le diverse forze curde combattono la loro guerra diretta a ridisegnare i confini politici del Medio Oriente, non solo contro lo Stato Islamico, ma anche contro Damasco, Baghdad e, sullo sfondo, Ankara.

Tre, che la formazione di uno stato curdo in Siria, dominato dal Pyd-Pkk, farebbe irrompere la guerra anche in Turchia attraverso il meccanismo dei vasi comunicanti.

La destabilizzazione della Turchia, risucchiata nei mari in tempesta del Medio Oriente, provocherebbe un terremoto le cui scosse raggiungerebbero velocemente il centro d’Europa, attraverso l’endemica fragilità balcanica.

 

 

 

* Francesco Ventura, Master in Relazioni Internazionali e Studi Europei all’Università di Firenze. Analista politico, si interessa principalmente di Turchia, Medio Oriente, questioni energetiche e geopolitica dell’acqua. Collabora con il think tank inglese EUCERS e con le riviste italiane Limes e Altitude. E ora con RemoContro.

 

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