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martedì 19 20 Novembre19

BASTIAN CONTRARIO
I favori territoriali all’On.
fanno la ‘Legge marchetta’

Si chiamava ‘legge finanziaria’, oggi ‘legge di stabilità’, vulgo ‘Legge marchetta’ nella rincorsa a piccoli grandi favori territoriali ad uso dei parlamentari per buone e meno buone ragioni. Tagli anche per le ‘mance’ politiche. Amenità: i soldi per gli armamenti diventano ‘rilancio economico’

Un anno fa Matteo Renzi dichiarò chiusa l’epoca delle “leggi marchetta”, dicendo che la manovra finanziaria era stata trasmessa in aula in ritardo per la necessità di “sforbiciare” le misure micro-territoriali inserite dai Parlamentari. Le “mance” fanno parte dello stesso Dna di quella che si chiamava “legge finanziaria” (oggi legge di stabilità), tanto che nelle pieghe del bilancio è sempre esistito un fondo ad hoc destinato a soddisfare le esigenze “territoriali” dei parlamentari, arrivando a stanziare fino a un miliardo (avete letto bene).

Ma quest’anno il governo ha messo nel “piatto” solo 300 milioni. Ed è ripartito l’assalto alla diligenza. Persino la Lega Nord ha ottenuto 2 milioni di euro per (leggete bene) la biblioteca per non vedenti Regina Margherita (a Monza). Il Bastian commenta: finite le leggi “marchetta”? Ma 300 milioni di marchette non sono quisquilie. Che ne dite?

 

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Curiosità. Sapete che ogni anno i tre quarti dei fondi pubblici destinati al rilancio economico del Paese sono spesi per costruire carri armati, aerei e navi da guerra destinati alle nostre forze armate?

E che per i prossimi anni, sempre a favore della produzione di armamenti, sono stati decisi rifinanziamenti per 3,2 miliardi di euro, a fronte di meno di 2 miliardi destinati al dissesto idrogeologico e 1,7 miliardi all’edilizia sanitaria?

 

Per il 2016 il Ministero per lo Sviluppo Economico ha un budget di 4,3 miliardi, di cui 3,76 miliardi destinati alla competitività e allo sviluppo delle imprese.

Di questi, il 73%, 2,75 miliardi vanno a Finmeccanica, Fincantieri, Iveco-OtoMelara e alle altre aziende dell’industria bellica.

 

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Il carico di tasse e contributi sulle spalle delle imprese italiane è il più pesante in Europa: quasi 25 punti in più rispetto alla media. Il risultato è che questo carico di tasse fagocita il 64,8 dei profitti, mentre i concorrenti europei versano solo il 40,6%. Sono dati che si riferiscono al 2014.

Il peso maggiore è dato dalla componente lavoro, che con 43,4 punti incideva per oltre i due terzi sul total tax rate. In dieci anni il peso sulle aziende è sceso di 12 punti, ma restiamo ampiamente sopra la media europea. Adesso bisognerà fare il confronto con questi dati e con le modifiche attuate dal governo Renzi nel 2015. Sperem ben, dice il Bastian.

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