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giovedì 19 Settembre 2019

Repubblica e Rai si cambia
Fine dei ‘giornali partito’?

Carlo Verdelli prossimo Direttore editoriale dell’informazione RAI e Mario Calabresi sostituirà Ezio Mauro alla direzione di Repubblica. La politica a fare giornalismo in Rai e Repubblica a farsi ‘giornale partito’ dell’attuale governo. Cosa cambia per l’informazione e per l’azienda pubblica

Due notizie di primo piano nel panorama dell’informazione italiana: Carlo Verdelli dovrebbe essere nominato Direttore editoriale dell’informazione RAI, e Mario Calabresi da metà gennaio sostituirà Ezio Mauro alla direzione di Repubblica. Non è noto chi lo sostituirà alla direzione de La Stampa.
Non conosciamo i retroscena e poco ci interessano.

Mario Calabresi è stato in questi anni un direttore colto e equilibrato che ha portato un giornale che un tempo si sarebbe definito “padronale” e alquanto torinese ad assumere una fisionomia nazionale e moderna, molto attenta alla rivoluzione digitale e al contatto diretto con i lettori attraverso la rete.
Un direttore che avremmo visto volentieri destinato al rilancio dell’informazione sul servizio pubblico.

Carlo Verdelli Direttore editoriale dell’informazione RAI
Carlo Verdelli Direttore editoriale dell’informazione RAI

Invece andrà a dirigere il secondo quotidiano nazionale, Repubblica, che nel processo di modernizzazione è rimasto in bilico, forse frenato dall’ala più ideologica della sua redazione, quella dei giornalisti di granitiche idealità e incerta comprensione del nuovo che avanza.
Una redazione, a mio giudizio, forte nell’esaltare i totem del buon giornalismo e delle sue regole, più incerta e divisa nella ricerca unitaria, come gruppo redazionale, delle motivazioni etiche e di servizio alla società nazionale che dovrebbero essere base del buon giornalismo.
Su questo fronte Calabresi dovrà lavorare.

Veniamo alla RAI. Sappiamo poco di Carlo Verdelli, il cui curriculum (Corriere della sera, Gazzetta dello sport, Repubblica ma anche Vanity Fair e Condé Nast) pare raccontare di persona curiosa e polivalente. Doti che gli serviranno molto in RAI.
Al di là della scelta, quello che colpisce è il modo in cui Antonio Campo Dall’Orto è arrivato a questa nomina.

Anticipando i quasi pieni poteri che la nuova legge gli attribuirà, il Direttore generale ha scavalcato il percorso di riforma a due newsroom avviato dal suo predecessore Gubitosi; e prima di affrontare la guerra di logoramento sulle direzioni della pletora di Testate aziendali, fa una mossa diretta a ridurre l’autonomia litigiosa dei direttori mettendo sulla loro testa una giornalista polivalente che in suo nome potrà esercitare forti poteri editoriali.

Non è vero, come è stato scritto, che il ruolo di Direttore editoriale non sia mai esistito in RAI. Anzi, era un ruolo necessario e previsto proprio in applicazione della riforma del 1976 da cui nacquero le Testate, ruolo che venne abolito quando l’alluvione lottizzatoria travolse la originaria logica del pluralismo in una azienda unitaria.
Negli ultimi giorni, avevamo avuto sentore che le cose stavano cambiando nelle autonomie dei direttori di testata, la cui prima linea è nella tenuta degli spazi in palinsesto.

Per esempio abbiamo visto spazi informativi straordinari che avrebbero dovuto appartenere al TG2, nei giorni dell’emergenza parigina, occupati da RaiNews.
Abbiamo immaginato i mal di pancia e atteso reazioni sindacali che non ci sono state, per fortuna.
Il momento è troppo serio per seguire logiche vecchie.

E Campo Dall’Orto, furbescamente, fa circolare la notizia che il piano Gubitosi è stato messo da parte anche per la previsione di 300 esuberi di giornalisti, perché di tutti ci sarà bisogno nella nuova RAI.
Anche nella audizione in Commissione di vigilanza del Direttore generale e del Presidente Monica Maggioni si sono ascoltate parole sensate.
Solo parole? Si vedrà.

Quello che certamente manca è il coraggio di portare il dibattito sulla RAI nel Paese.
Manca un sostegno esplicito alla discussione interna ed esterna sul valore etico delle scelte editoriali dell’azienda, anche a rischio di contraccolpi e mal di pancia nelle responsabilità gerarchiche.
Manca la fiducia nella trasparenza, che è un valore fondamentale nell’età della rete.

Si continua a impedire agli uomini RAI di parlare di sé all’esterno e si mandano deserte le occasioni di contatto e dibattito.
Tra poco più di sei mesi scade la Convenzione RAI-Stato, e rinnovarla senza un ampio dibattito e una presa di coscienza pubblica sulle sue buone ragioni sarà un’occasione perduta per il Paese.

L'ex direttore generale Gubitosi e la direttore del Tg3 e sua conduttrice Bianca Berlinguer
L’ex direttore generale Gubitosi e la direttore-conduttrice del Tg3 Berlinguer

Tra le buone ragioni per tenere saldo il servizio pubblico della comunicazione ci sono oggi quelle di natura geopolitica, la ‘terza guerra mondiale strisciante’ di cui parla il Papa.
Ma questa è un’altra storia, che converrà non trascurare.

Perché intanto non è la RAI stessa a farsi protagonista, senza che altri lo impongano, nel far crescere il dibattito sulla necessità della propria offerta?
Non deve avere paura, perché già oggi i segni positivi sono in crescita. Ma c’è ancora molto da fare. Ci aspettiamo più fiducia e trasparenza.

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