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martedì 15 Ottobre 2019

Gli allarmi e l’allarmismo
nel mestiere della spia

Bufera sugli 007 francesi. Le Monde attacca: “Il modello antiterrorista francese è malridotto”. Troppe informazioni da vagliare. Le segnalazioni inutili da valutare e segnali chiari eppure non seguiti. Incompetenze, rivalità e clientele interne. Ora le armi chimiche: minaccia vera o fola?

L’Fbi segnala che il terrorismo islamista in Italia minaccerebbe a Roma il Colosseo e a Milano la Scala e il Duomo. Vademecum turistico per il jihadista cretino. Indicare bersagli simili senza le fonti che possono dare sostegno e credibilità alla ‘notizia’, è in genere solo una dannosa perdita di tempo. Ma viceversa, non aver neppure provato a investigare? La differenza tra l’avere buone strutture di intelligence o macchine burocratiche di nomina politica.

 

Mentre la Francia, l’8 ottobre bombardava il campo di addestramento di Raqqa, in patria un  documento del ministero della Giustizia indicava in un documento Abdelhamid Abaaoud come ispiratore degli attacchi terroristici e scendeva nei dettagli di uno dei suoi obiettivi: ‘una sala da spettacoli’. La Francia dunque sapeva ma non sapeva di sapere. Aveva in mano elementi sufficienti ma non è stata in grado di analizzarli e intercettare il commando.

 

Il problema risiede nella massa di informazioni da trattare e dal numero di persone da sorvegliare, dicono gli specialisti. Secondo Le Monde, in Francia ci sarebbero 11.700 nomi di persone da tenere d’occhio per i loro legami con la Siria. E uno “zoccolo duro” di 2000 persone particolarmente sospette. Come è possibile la raccolta massiccia di dati e in modo continuo su tante persone, date le leggi ordinarie, e per una massa tale di potenziali sospetti?

 

E preme il modello Usa-Bush. Il Patriot Act americano dopo l’11 settembre che consente fra l’altro di tracciare in modo capillare gli spostamenti e le frequentazioni delle persone. Con molti e legittimi sospetti. Ma preme il caso di Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente dietro gli attentati di Parigi, una sorta di globetrotter del jihadismo, dichiarato morto dopo l’assalto alla palazzina di Saint Denis. Un personaggio che raccontava di muoversi con facilità tra le frontiere europee. Abaaoud era conosciuto alle polizie europee da tempo, col suo gruppetto definito «la cellula di Verviers». Cellula che pareva sgominata nel gennaio 2015.

 

A conferma della necessità di uno sforzo dei servizi di intelligence, gli stati Ue si sono impegnati a condividere di più e meglio le informazioni dei propri uffici chiedendo «alle autorità nazionali di inserire i dati di tutti i sospetti foreign fighters in Sis II», lo Schengen Information System, e di «definire un approccio comune nell’uso dei dati». Speriamo. Quanto sostenuto dal ministro francese, poi, ci dice che probabilmente Abaaoud era conosciuto anche dai servizi segreti di qualche paese extraeuropeo che dunque aveva avuto modo di «attenzionare» il soggetto anche durante le sue peregrinazioni extra Francia e Belgio.

 

Ora la minaccia con armi chimiche. Vero falso, azzardo allarmista o pericolo reale? Ieri il Premier francese Manuel Valls ha detto davanti all’Assemblea nazionale che “non bisogna escludere niente…può esserci anche il rischio di armi chimiche e batteriologiche”. Da diversi mesi si ritiene che Isis abbia utilizzato a più riprese gas mostarda in combattimenti in Iraq e in Siria denunciato dai combattenti curdi, mentre a fine di ottobre il capo del dipartimento per la non proliferazione delle armi del ministero degli Esteri russo, ha affermato che i jihadisti dell’Isis hanno preso possesso delle tecnologie per produrre armi chimiche.

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