I banchieri del Fondo monetario internazionale si scoprono ecologisti. Smettere di inquinare diventa ragione primaria anche per l’ineffabile Christine Lagarde, sicura che l’introduzione di una carbon tax mondiale farà bene al pianeta. Timore per le minacce all’ambiente e alla salute umana? Non proprio. I cambiamenti climatici però rappresentano una pericolosa insidia “per la stabilità e la vitalità delle economie di tutto il mondo”. Quello che non è riuscito a fare il timore per la sicurezza della stessa esistenza dell’umanità, lo farà probabilmente il pericolo di perdere quattrini.
Ed ecco che il clima mangia soldi diventa “una questione macro-critica”. Che cosa significa? L’Fmi definisce così i problemi fondamentali che impediscono il raggiungimento degli obiettivi del programma macroeconomico o l’attuazione di specifiche disposizioni del Fondo monetario stesso. La traduzione è del Sierra Club, uno dei maggiori think thank dell’ambientalismo statunitense, che definisce importante il tempismo della Lagarde a pochi giorni dall’apertura della conferenza mondiale sul clima, il Cop21 di Parigi.
Secondo le malelingue la donna di ferro del Fondo Monetario sarebbe impegnata in un’intensa attività di lifting della propria immagine in vista delle prossime presidenziali in Francia.
Ma politica a parte, i dati dei tecnici del Fmi sono allarmanti. La potente organizzazione economica aveva già lanciato l’allarme sull’uso spregiudicato dei sussidi pubblici ai combustibili fossili. Ogni anno, infatti, ai petrolieri vengono regalati circa 5,3 trilioni di dollari l’anno (5.300.000.000.000 $) per inquinare il pianeta. Soldi delle nostre tasse (300 miliardi di euro nella sola Europa). Numeri da capogiro, a cui secondo gli economisti l’industria del fossile non potrebbe far fronte se i governi tagliassero i sussidi.
Queste operazioni, dicono gli esperti, cominciano ad essere considerate insostenibili per la stabilità del sistema monetario internazionale. Non solo per lo sperpero diretto di denaro pubblico, ma anche perché l’inquinamento induce un aumento della spesa sanitaria per curare chi si ammala a causa dell’aria avvelenata. In economia si chiamano “esternalità”, in questo caso negative. Ovvero il prezzo degli effetti dei combustibili fossili sull’ambiente e la salute umana.
Da qui la necessità di introdurre una tassazione globale sulle emissioni tossiche di carbonio (carbon tax). I tempi sono finalmente maturi, secondo il rapporto New Climate Economy.
“Le condizioni sono particolarmente favorevoli sia per i prezzi del carbonio che per una riforma delle sovvenzioni al consumo di combustibili fossili, a causa del calo dei prezzi del petrolio a livello mondiale nel corso dell’ultimo anno, in combinazione con i prezzi più bassi del gas e del carbone”. E se a Parigi si troverà un accordo – soprattutto con Stati Uniti e Cina, i maggiori inquinatori del pianeta – si imboccherebbe una strada in discesa. D’altra parte non mancano gli esempi di carbon tax che funzionano.
Oggi 40 Paesi e più di 20 città, Stati e regioni statunitensi, canadesi, cinesi e giapponesi – riporta il sito Green Report – hanno dato un prezzo alle emissioni, coprendo il 12% delle emissioni. Ma si può fare di più. Senza contare che in 9 Stati degli Usa (con la Regional Greenhouse Gas Initiative) l’economia è cresciuta per 1,3 miliardi di dollari, con un risparmio di 460 milioni di dollari in bolletta. Un vantaggio di cui potremmo godere tutti. A patto di frenare l’insaziabile appetito di chi già pensa di sfruttare per altri scopi i futuri introiti delle tassazioni sul clima.