I droni italiani
armati dagli Usa
Per farne cosa?

Londra era fino a oggi l’unico alleato degli USA ad essere stato autorizzato ad armare i propri droni avendo ottenuto i sistemi di controllo e uso dell’armamento. Ora tocca all’Italia, che diventa il secondo alleato militare privilegiato degli Stati Uniti. Come da sommario, Washington ha accordato la vendita dei kit di armamento per i droni Predator e Reaper della statunitense General Atomics già in servizio nell’Aeronautica Militare e impiegati in Iraq, Afghanistan, Libia e attualmente in Kuwait nelle operazioni contro l’Isis in Iraq.

 

Un drone Reaper col massimo armamento

Un drone Reaper col massimo armamento

 

Impiego sempre limitato alla sorveglianza e alla raccolta di informazioni d’intelligence senza poter effettuare azioni d’attacco come quelle ormai note e spesso contestate effettuate dai droni armati Usa e britannici. Specialisti della materie e tifosi ‘atlantici’ in casa italiana, ci tengono a sottolineare come gli stessi droni sono stati acquistati anche da Olanda, Francia e Turchia che, al contrario dell’Italia, non hanno finora ottenuto i kit d’armamento che includono missili Hellfire, bombe a guida laser GBU-12 e a guida gps JDAM.

 

 

L’Agenzia della Difesa per la Sicurezza e la Cooperazione del Pentagono, ha notificato al Congresso il nulla osta alla vendita all’Italia di queste armi per un contratto stimato 129,6 milioni di dollari. I membri del Congresso hanno ora 15 giorni per bloccare la vendita ma uno stop è improbabile visto l’esame a cui sono sottoposte queste transazioni prima della notifica al Congresso. La vendita all’Italia sarebbe stata approvata grazie allo status di ‘alleato chiave’ di Washington, riferiscono fonti del Pentagono all’agenzia Reuters.

 

 

Le resistenze alla vendita degli armamenti agli alleati da parte di alcuni ambienti del Pentagono e del Congresso che volevano garantire in esclusiva agli Stati Uniti la possibilità di combattere con i droni, hanno determinato negli ultimi anni frizioni con ambienti aeronautici italiani che stavano valutando la possibilità di acquisire altrove sistemi d’arma da imbarcare sui 12 droni statunitensi (6 Predator e 6 Reaper) in servizio con il 32° Stormo di Amendola, a Foggia. Opzione complessa per integrare il software armi e velivoli teleguidati.

 

 

Sempre dagli stessi ambianti ‘atlantici’: ‘Non si può escludere che l’improvvisa concessione sia legata alle pressioni di Washington affinché Roma autorizzi a bombardare le postazioni dell’Isis il contingente aereo italiano in Kuwait’. Rispuntano i 4 bombardieri Tornado ridotti a ricognitori e i 2 droni Reaper finora disarmati. Strategia e soldi. Forti pressioni dell’industria d’oltre Atlantico, viste le valide tecnologie per armare i velivoli senza pilota già presenti o in fase di sviluppo in Russia, Cina, Corea, Gran Bretagna e in altri Paesi.

 

 

Drone Predator che ha lanciato un missile Helfire

Drone Predator che ha lanciato un missile Helfire

 

Molto ‘americano’ l’impegno che ogni Paese acquirente dovrà firmare. Una serie di principi per l’impiego dei velivoli armati solo per la difesa nazionale o per situazioni in cui la forza è consentita dal diritto internazionale. Molto etico. In questi giorni la pubblicazione di ‘The drone papers’ narra della ‘Operation Haymaker’ in Afghanistan. Bilancio complessivo delle vittime oltre 200 persone, di cui solo 35 che erano obiettivi dichiarati. Durante i cinque mesi dell’operazione, oltre il 90% delle vittime sarebbero stati estranei agli obiettivi originali.

 

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