I reciproci stranieri di Gerusalemme

La strage a un corteo pacifico ad Ankara, l’ospedale bombardato a Kundz, l’archeologo decapitato a Palmira… Prendendo appunti bagnati di sangue dalle cronache del Medio Oriente, ogni volta, ancor prima delle ultime inquiete notizie di nuove morti a Gerusalemme e dintorni, il pensiero è sempre andato là, dove si annida il cuore del mondo. Almeno dei nostri che intorno alle grandi religioni monoteiste sembrano gravitare. La Palestina, insomma. Ogni volta stupendomi che, perché se ne parli, sia necessario che spunti almeno qualche coltello sulla strada della Spianata, che a Gaza o giù di lì qualche bimbo muoia sotto un raid… Dimenticando, noi, la quotidianità insopportabile di quel vivere e di quel morire.

Eppure, quel che pensai intrappolata fra militari e turisti nel Santo Sepolcro la prima volta che ho messo piedi a Gerusalemme, almeno una ventina d’anni fa, rimane un chiodo fisso: il nodo è tutto là.

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Non essendo un esperto di Medio Oriente, non essendo uno storico, ma raccogliendo appunti e accostando ritagli di giornali e pagine di libri… costruendo così possibili percorsi…
Partendo da un’intervista, rilasciata all’inizio dell’anno al Manifesto dallo storico israeliano Ilan Pappé, che è fra le voci più critiche nei confronti della leadership israeliana: “Se il conflitto israelo-palestinese venisse risolto in modo giusto, il Medio Oriente cambierebbe faccia”.
Uno dei punti della sua analisi: “L’occupazione della Palestina è una delle principali giustificazioni per chi ha simpatie islamiste, perché è il simbolo del doppio standard che l’Occidente applica a chi viola i diritti umani fondamentali.
Un cambiamento dell’approccio europeo verso il popolo palestinese intaccherebbe il potere della propaganda islamista”.

Invito ad andare a leggere quell’intervista. Spunti di riflessione per chi vuole, a proposito di Isis e dintorni, liquidare tutto in fretta con la storia dello “scontro di civiltà”. Certo di facile effetto, ma che ci impedisce altre e meno emotive analisi. E’ questione, dice Ilan Pappé, di giustizia sociale e modelli democratici di integrazione. Basta guardare, suggerisce, a come l’Isis attira giovani musulmani europei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e marginalizzati…

Rileggendo, un appunto, scritto ritornando in Palestina giusto per il Natale del 2009. Quando i raid israeliani cominciarono a colpire Gaza, appena tornata da Betlemme, passando attraverso la vergogna di quel muro, negli occhi dei pochi arabi incontrati a Gerusalemme c’era solo ancora umiliazione. E l’impotenza della gente già sconfitta. Davvero surreale, a pensarci, il tremore di noi “turisti in città”, mentre poco più a sud, sulla gente intrappolata a Gaza continuava il tiro al bersaglio. E i morti erano già trecento, e poi, ma questo è già storia, ce ne sarebbero stati altri ancora.

Pensai, allora, e penso ancora adesso, ai morti della Shoah, al loro memoriale sulla Collina del Ricordo. Pensai allora, se potessero vedere, se potessero sentire, non sarebbero stati affatto fieri di tutto quell’altro inumano dolore. “Non in mio nome…” a fare attenzione si sarebbe potuto ascoltare sussurrare qualcuno.

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Venendomi ora incontro un titolo: “La questione palestinese” di Edward W. Said. La chiave di lettura della tragedia del popolo palestinese che spiega, anche, la nostra flebile attenzione, è forse tutta già nel sottotitolo: “la tragedia di essere vittima delle vittime”. Bèh, andate a leggere, se volete, per trovare ragioni che partono dal passato.

Dall’emigrazione sionista in Palestina, per attraversare tutta la storia degli anni a seguire, la nascita dello Stato d’Israele, la sua espansione, la dispersione violenta del popolo palestinese, il terrorismo suicida, l’intifada… Per ricordare quale era la situazione sociale e demografica della Palestina nei primi decenni del Novecento, per capire come si è arrivati all’oggi.

Il consenso da parte dei governi alla logica coloniale che vi è dietro, favorito dal ricordo della tragedia dell’olocausto.
Said narra anche perché oggi sembri acquisita l’impressione che “l’elemento indigeno sia costituito dagli ebrei e che stranieri siano i palestinesi”. Diventati, ora, loro, “vittime delle vittime”. Condizione pesantissima, immaginate, l’essere vittime delle vittime…

La spianate del Tempio in una rara foto del 1900

La spianate del Tempio in una rara foto del 1900

Continuando a cercare la verità in testimonianze scritte col sangue. Rileggendo quindi l’ultima pagina de “La rabbia del vento”, di Yizhar, uno dei padri spirituali della letteratura israeliana. E’ un resoconto sull’espulsione del popolo palestinese dalle sue terre, un racconto sconvolgente.
“E quanta indifferenza c’era in noi. Come se non avessimo mai fatto altro che mandare in esilio. Il nostro cuore si era ormai indurito. Ma nemmeno questa era la cosa principale. E la via d’uscita?

La valle era tranquilla. Qualcuno aveva già cominciato a parlare di cena. (…) In breve sarebbe scesa sul mondo l’ora in cui è bello tornare stanchi dal lavoro, incontrare qualcuno o camminare da soli.
Intorno era silenzio, e di lì a poco si sarebbe chiuso anche l’ultimo cerchio. E quando avesse avvolto tutto, e nessuno ne avesse disturbato la calma, e al di là di esso ci fosse stato solo un brusio sommesso, allora Dio sarebbe sceso nella valle e vi avrebbe vagato per vedere se il grido giunto fino a lui era davvero così grande”.
Ma Dio, è poi davvero sceso nella valle?

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