La guerra in Ucraina è finita e non se ne è accorto nessuno, ironizza il Foglio. Il Donbass scomparso dai tg occidentali e da quelli di Mosca, concentrati a celebrare i successi militari russi sulla via di Damasco. Eppure nell’est ucraino accade di tutto. Lunedì Gazprom ha ripreso le forniture di metano all’Ucraina, regime pre-guerra, dopo aver incassato un anticipo. E le miniere del Donbass hanno ripreso a inviare carbone all’Ucraina
Ma soprattutto non si spara più, e le parti belligeranti non solo allontanano truppe e armamenti dalla linea del fronte, ma, in una sintonia inedita, confermano il ritiro degli avversari. Avvio incerto ma pieno di speranza verso un effettivo ‘cessate il fuoco’ dopo un anno e mezzo di conflitto. In mezzo ci sono più di 8mila vittime tra militari e civili. Ma riprendiamo la più significative tappe del percorso, almeno quelle rese note al pubblico.
Due settimane fa le milizie separatiste filorusse e i vertici dell’esercito ucraino, sotto la supervisione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l’Osce, hanno trovato l’accordo per smilitarizzare l’area di conflitto, accordandosi per il ritiro in diversi e successivi passaggi, delle armi di calibro inferiore ai 100 mm, dei mortai sotto i 120 mm e dei carri armati. Uno degli accordi di Minsk mai realmente adempiuto.
Gesto di risposta il 6 ottobre. Denis Pushilin e Vladislav Deinego, rappresentanti delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk nel gruppo di contatto con Kiev, hanno comunicato che le elezioni locali in programma nelle due regioni il 18 ottobre (Donetsk) e il primo novembre (Lugansk) sono posticipate a inizio 2016, precisamente il 21 febbraio. Kiev apre alle riforme costituzionali federali e l’est separatista fa la sua parte.
In poco più di una settimana, inaspettato, si affaccia un accordo apparentemente solido che, ad oggi, sta garantendo il rispetto del cessate-il-fuoco che sino a ieri era stato regolarmente violato da tutti. Le regole stabilite a Minsk lo scorso 12 febbraio. Fase inaspettata di dialogo tra Kiev e i separatisti. Miracolo del quadrilatero diplomatico e la percezione tra i contendenti di una certa ‘stanchezza’ nel sostenerli tra i rispettivi protettori.
La situazione, ovviamente, resta complessa. Oltre all’amnistia per tutti i combattenti che hanno partecipato alla guerra e lo scambio di prigionieri, i ribelli chiedono il riconoscimento di uno status speciale per Donetsk e Luhansk, che permetta alle due regioni di sviluppare legami commerciali e diplomatici diretti con la Russia. Il governo di Kiev continua a temporeggiare preoccupandosi ancora del rafforzamento del suo esercito.
Sulla spinta delle forze nazionalistiche meno presentabili, Kiev approva una legge controversa che presto consentirà agli stranieri di arruolarsi nelle file delle truppe governative sia come soldati semplici che come sottufficiali, materializzando di fatto quella che i separatisti hanno definito una “legalizzazione dei mercenari”. Le formazioni filo naziste sino a ieri arruolate di fatto ma senza uno status interno. Forte imbarazzo occidentale.
Percezione diffusa è che il conflitto del Donbass sia ormai una questione archiviata dalla Russia ora concentrata tutta su Siria e Medio Oriente. La mossa di Putin ha provocato un oscuramento quasi totale del conflitto ucraino, confinando ai margini la crisi del Donbass non solo su giornali e canali tv occidentali ma anche in Russia, dove ormai si parla solo di Siria e dell’ennesimo sgambetto che il Cremlino ha rifilato al presidente Usa Obama.
Ciò che avrebbe che ha spinto Putin a ‘scaricare’ il Donbass -ipotesi maliziosa di LookOut- è molto pragmatica. Scrollarsi di dosso il peso del sostentamento delle regioni filorusse. Ed ecco che Putin ha ordinato un passo indietro a Gazprom facendo riattivare le forniture di metano destinate a Kiev. La decisione ha contribuito a calmare gli animi, convincendo il governo ucraino a riprendere gli scambi commerciali con le regioni dell’est.
La tentazione di ‘liberarsi’ del problema Ucraina non è soltanto russa. A doversi caricarsi il peso di questo Paese da ricostruire è anche l’Unione Europea coinvolta dagli Stati Uniti. Il primo gennaio 2016 entra in vigore l’accordo di associazione economica con l’Ucraina, in nome del quale tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 era scoppiata la crisi. Soltanto che delle garanzie energetiche che offriva allora l’Ucraina, non è rimasto più nulla.