domenica 21 aprile 2019

C’ERA UNA VOLTA
50 anni fa sullo Yemen
le bombe e i gas egiziani

Più di mezzo secolo fa un’altra guerra nello Yemen. 1962, un gruppo di militari yemeniti appoggiati dall’Egitto tentò un colpo di stato per sostituire la monarchia. Fu guerriglia feroce. L’Egitto di Nasser decise l’impiego di gas asfissianti. Residuati della Seconda Guerra mondiale forse inglesi forse dall’Unione sovietica

Il 26 settembre 1962 un gruppo di militari yemeniti appoggiati dall’Egitto tentò un colpo di stato per sostituire la monarchia con un repubblica modellata su quella nasseriana. Come in tutti i colpi di stato che si rispettino, i blindati dei ribelli circondarono il palazzo reale di Sana’a ed aprirono il fuoco. Il sovrano, da poco salito al trono dopo la morte del padre, tuttavia si salvò raggiungendo le montagne del nord del paese, mobilitò le tribù fedeli e iniziò la guerriglia.

Due giorni dopo gli egiziani paracadutarono rinforzi per i golpisti e in breve, dopo lo sbarco di reparti aerotrasportati, le forze egiziane ammontarono a quasi trentamila uomini. Visti i rapporti di forza, la vicenda sembrava conclusa con la vittoria dei golpisti, ma già in ottobre il governo giordano fornì un centinaio di tonnellate di armi leggere all’Arabia Saudita perché le distribuisse ai monarchici lealisti.

 

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La stessa famiglia reale saudita, nonostante in passato i rapporti con lo Yemen non fossero sempre stati idilliaci, divenne in breve il maggior fornitore di armi e il più aperto sostenitore dei lealisti che – in una zona montuosa, riparati in caverne non raggiungibili dall’armamento convenzionale – sembravano invulnerabili. La svolta che gli egiziani tentarono fu quella dei bombardamenti con aggressivi chimici.

L’origine di queste armi è ancora dubbia: pur trattandosi di residuati della Seconda Guerra mondiale quali yprite e fosgene, non fu mai chiarito se fossero stati forniti da un vecchio lotto dell’Unione Sovietica o tratti da un deposito inglese in Egitto risalente alla guerra. Resta il fatto che nel giugno 1963 il villaggio di Al-Kawma fu bombardato da una squadriglia egiziana di bombardieri Ilyushin-28. L’Arabia Saudita denunciò all’Onu il fatto: seguì un’inchiesta i cui risultati furono smentiti ufficialmente dal governo egiziano.

 

Il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, e il presidente dell'Unione Sovietica Nikita Krusciov
Il presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, e il presidente dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov

 

La guerriglia proseguì per anni e nel marzo 1966 l’aviazione egiziana replicò su scala più vasta il raid di tre anni prima: almeno una cinquantina di ordigni furono lanciati sul villaggio di Halbal, a circa quaranta chilometri da Sana’a. Un altro attacco, confermato da un giornalista americano presente, si svolse parecchi mesi dopo nel gennaio 1967 e questa volta la comunità internazionale cominciò a prestare maggiore attenzione, soprattutto perché il dubbio era che non fossero stati usati residuati bellici, ma aggressivi di moderna concezione.

Un testimone oculare parlò infatti di conati di vomito, convulsioni acute e infine morte: sintomi perfettamente compatibili con l’impiego di gas nervini, probabilmente il primo effettuato dalla loro fabbricazione. Tuttavia, nonostante le proteste, attacchi sporadici continuarono per tutta la primavera del 1967: il 28 maggio fu bombardata la cittadina di Sirwa con gas ed esplosivi ad alto potenziale.

 

I risultati dell’inchiesta condotta dalla Croce rossa internazionale in questo ultimo caso furono inequivocabili: non solo gli agenti impiegati erano appartenenti alla famiglia dei nervini, ma sui frammenti delle bombe recuperati sul campo spiccavano chiaramente caratteri cirillici. Quando un convoglio della Croce rossa internazionale fu colpito ‘per errore’ da aeroplani egiziani si disse che probabilmente proprio di errore non si trattava.

Altre inchieste proseguirono per anni, ma senza per questo fornire un punto fermo sulla produzione degli ordigni, anche perché nel frattempo l’Egitto aveva fatto notevoli progressi in campo industriale sviluppando anche un proprio settore chimico. Fu però un’altra guerra a fare cessare, o meglio a silenziare, la vicenda yemenita perché nel giugno 1967 scoppiò la ‘guerra dei sei giorni’.

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