L’Italia dice no agli Ogm
Ma è davvero così?

Ambientalisti, agricoltori e imprenditori dell’alimentazione possono finalmente tirare il fiato sollevati. Forse. L’Italia scrive a Bruxelles per dire no a tutte le coltivazioni Ogm già approvate dall’Europa. La decisione arriva in extremis, prima che intervenga la misura concordata della clausola di salvaguardia prevista dalla Commissione Ue a partire dal 3 ottobre. Un ripensamento dopo quella data sarà più complicato. Il nostro Paese ora si unisce al coro del No biotech composto da altri quattordici Stati membri e tre Regioni.

 

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Nonostante le rassicurazioni in tal senso, grande era lo scetticismo sull’orientamento del governo italiano. E le forti pressioni delle lobby del cibo mordi e fuggi non hanno facilitato la decisione. Tanto che la discussione era in corso da mesi. Ne avevamo dato notizia a gennaio, subito dopo l’approvazione in sede europea di una norma che prevede l’autonomia di decisione per ogni singolo stato. L’Italia aveva già emanato un divieto temporaneo alla coltivazione del mais Mon810, di proprietà del gigante alimentare Monsanto.

 

Ma abbiamo davvero scampato davvero il pericolo? No, secondo Filomena Gallo, Roberto Defez e Marco Cappato dell’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica. Non basta vietare la coltivazione di organismi transgenici per dire che difendiamo la biodiversità e il made in Italy. Bisogna anche piantarla di importarli. Secondo quanto scrivono i tre in una nota il nostro Paese continua a “importare 4 milioni di tonnellate di soia Ogm” e a questa si aggiunge anche quella “di un miliardo di euro di mais estero (in parte Ogm)”.

 

Legittimi dubbi che riaprono la discussione. E intanto l’Europa si spacca. Da una parte i 15 del No al biotech – Italia, Austria, Francia, Croazia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Olanda, Polonia, Lituania, Danimarca, Germania, Cipro, Bulgaria e Slovenia -. Dall’altra l’Inghilterra – madrina degli Ogm – costretta a trasmettere a Bruxelles il secco no di Irlanda del Nord, Scozia e Galles. Ma se per l’Italia almeno una parte del problema è risolto, per chi non ha ancora deciso domani potrebbe essere troppo tardi. Secondo la clausola di salvaguardia, infatti, dopo il 3 ottobre non sarà più possibile addurre motivi di sicurezza ambientale per poter fermare il biotech.

 

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A quel punto a decidere sarà l’Efsa (agenzia europea per la sicurezza alimentare), in base alle ragioni degli Stati su obiettivi di politica ambientale, agricola, di ordine pubblico, pianificazione urbana e persino socio-economica. Tutte motivazioni che però dovranno essere giustificate in seconda battuta dalla Commissione Ue di fronte al consesso globale del Wto (World Trade Organization). Col rischio – molto probabile – che l’orco mondiale del commercio le consideri “distorsive del mercato”, aggirando la sovranità degli Stati nazionali.

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