martedì 20 Agosto 2019

Ingrao voleva la luna. 100 anni vissuti bene

Pietro Ingrao, il comunista che non faceva paura. E’ privilegio di pochi rappresentare nello scorrere della propria vita la sostanza di un’intera generazione. Ingrao, protagonista della battaglia politica italiana, si era raccontato nel libro ‘Volevo la luna’, lungo i fatti salienti del Novecento

Pietro Ingrao, nell’immagine di molti italiani è stato sino a ieri il comunista che non faceva paura. Lui, il più rigoroso ideologicamente. Comunista italiano sino al suo ultimo respiro, in tempi in cui quasi nessuno si definisce ancora così. ‘Volevo la luna’, raccontò raccontandosi un po’ di anni fa. Da quel libro scopri un Ingrao inimmaginato.

«Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano, di ognuno di noi e della relazione con l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo. La mia paura è che mi venga tolto non tanto il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano. Vi prego, non permettete che la domanda sull’essere umano venga cancellata».

Ingrao racconta se stesso e scrive di storia: il clima sociale e culturale degli anni della formazione, il conformismo imposto dal regime, il ruolo reazionario del clero, i timori e le aspettative delle famiglie meridionali, l’arretratezza, ma anche la dignità del meridione contadino. Poi gli anni del trasferimento a Roma, nella capitale, a metà degli anni trenta, e degli studi universitari.

Rispetto alla scelta politica, sono decisivi gli anni della guerra di Spagna, l’avvicinarsi della guerra mondiale, la costituzione del primo nucleo della resistenza capitolina, composta, tra gli altri, da Lucio Lombardo Radice (futuro cognato di Ingrao), Aldo Natoli, Antonio Amendola, Giaime Pintor, Mario Alicata, Antonello Trombadori, Bruno Zevi, giovani destinati a un ruolo importante nel futuro della vita nazionale.

Ma è nella seconda parte del libro che ci racconta l’Ingrao più conosciuto, protagonista politico che arriva ad importanti cariche istituzionali, dove si coglie meglio il personaggio eterodosso, indagatore della realtà, mai accomodante verso se stesso, non revisionista ma critico, sempre pronto alla rilettura del passato. Il rapporto con Palmiro Togliatti -ad esempio- di cui racconta l’intelligenza, il fascino, l’ascendente, ma di cui narra anche i limiti politici, le rigidità culturali, gli errori. Quelli di Togliatti, i suoi, e quelli del PCI.

L’essere comunisti in Italia allora, e l’Italia politica d’allora. Valutazioni e interpretazioni sui passaggi cruciali della vicenda politica dell’Italia, dal compromesso storico all’uccisione di Aldo Moro, ricordando tra l’altro gli anni della sua presidenza della Camera dei Deputati.

Ingrao pci (amendola)

LA BIOGRAFIA 

Ingrao era nato a Lenola, in provincia di Latina, il 30 marzo del 1915, da una famiglia di proprietari terrieri dell’alta borghesia locale, ma con radicate tradizioni liberali. Il nonno, Francesco Ingrao, era un mazziniano. Pietro era il secondogenito di una famiglia di quattro figli. Dopo gli studi classici a Formia, si trasferì con la famiglia a Roma, dove prese la laurea sia in Giurisprudenza e che in Lettere e Filosofia. Tra il 1934 e il ’35 frequentò il Centro sperimentale di cinematografia, come allievo regista. Nel 1936, in seguito all’aggressione franchista alla Repubblica spagnola, intensificò i contatti con altri giovani antifascisti, e, tramite questi, con l’organizzazione clandestina del Pci. Tra i cospiratori c’erano Lucio Lombardo Radice e sua sorella Laura, di cui Pietro si innamora.

Nel 1942, dopo l’arresto di molti componenti del suo gruppo, Ingrao entrò in clandestinità, operando tra Milano e la Calabria. Il 26 luglio 1943 organizzò con Elio Vittorini, a Milano, il grande comizio di Porta Venezia; lavorò inoltre all’edizione clandestina dell’Unità, prima a Milano e poi a Roma, dove nel 1944 entrò nel comitato clandestino della federazione del Pci.

Nel giugno del 1944 Ingrao sposò Laura in una Roma appena liberata. La prima figlia, Celeste, nacque nel 1945; seguiranno Bruna (1947), Chiara (1949), Renata (1952) e Guido (1958), che gli diedero, negli anni, una folta schiera di nipoti e pronipoti. Nel 1947 Ingrao venne nominato direttore dell’Unità, incarico che ricoprirà fino al 1956. Nel ’48 entrò nel comitato centrale del Pci e venne anche eletto deputato per la prima volta: venne rieletto per dieci legislature consecutive, fino a quando, nel 1992, chiederà di non essere ricandidato.

 

Nel 1956 entrò nella segreteria del Pci, dove restò per dieci anni. Nello stesso anno, visse drammaticamente la repressione della rivolta ungherese: tuttavia si schierò a fianco dell’URSS, cosa di cui anni dopo si pentì pubblicamente. All’XI Congresso del Pci nel 1966, rivendicò il “diritto al dissenso”; diventando il punto di riferimento per l’ala sinistra del Pci e di tutti coloro che volevano rompere con lo stalinismo. L’espulsione dal partito dei fondatori della rivista Il Manifesto, cui Pietro era molto legato, rappresentò per lui un momento di crisi profonda, ma non interruppe l’intenso dialogo con questi compagni e soprattutto con i movimenti sociali, esplosi in Italia nel “biennio rosso” 1968-’69, in particolar modo con le lotte operaie e con l’esperienza innovatrice del “sindacato dei consigli”.

Nel 1968 Ingrao è eletto presidente del gruppo parlamentare comunista della Camera dei Deputati: si apre così una nuova stagione di impegno e di riflessione sui temi istituzionali, che lo portarono, nel 1975, alla carica di presidente del Centro di Studi e Iniziative per la Riforma dello Stato.

Il 5 luglio 1976 era stato eletto presidente della Camera dei Deputati, e in questa veste, nel 1978, visse in prima linea i giorni drammatici del sequestro e dell’assassinio del Presidente Dc Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Restò in carica fino al ’79, anno in cui chiese di essere sollevato dall’incarico.

Nel 1989, Ingrao si oppose alla svolta di Achille Occhetto che trasformò il Pci in Pds, pur restando contrario ad ogni ipotesi di scissione. Nel 1991 aderì al Pds, come leader dell’area dei Comunisti Democratici.

Abbandonò il partito nel ’93, aderendo poi a Rifondazione comunista, cui è rimasto iscritto fino al 2008. Tra la fine del secolo e i primi anni del nuovo millennio, Ingrao si è dedicato soprattutto all’attività di riflessione e di scrittura, senza rinunciare ad un impegno diretto sui grandi temi del nostro tempo: la pace, il razzismo, le lotte operaie, la democrazia. Nel 2007 ha pubblicato la sua autobiografia, Volevo la luna.

 

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