• 19 Febbraio 2020

Guerre Matrioska
in Siria e dintorni

Tutti a cercare di metterci una pezza, nel senso del soccorrere e in parte accogliere le migliaia e migliaia, i milioni di siriani in fuga dalla guerra ormai divenuta massacro. Una pezza alle conseguenze ultime della tragedia che la comunità internazionale ha lasciato crescere a dismisura inanellando errori e che ora non riesce più a fermare in Siria e in Iraq.

Parliamo di una guerra civile che, a forza di montare, di inferocirsi, di coinvolgere sempre più protagonisti, sta diventando un potenziale detonatore planetario frammentato in tante guerre ‘Matrioska’, una nascosta dentro l’altra.

Guerra civile che poi diventa guerra di area, di fazioni interne all’islam, guerra di religioni e di schieramenti internazionali, crociata alla rovescia e così via macellando sul terreno e pasticciando nelle cancellerie.

Diamo un’occhiata a tutte le guerre che si stanno combattendo sullo stesso campo di battaglia.

 

 

L’Iran innanzitutto, perché è la potenza che dà respiro regionale alla rivolta interna contro Bashar al Assad. Bastione dello sciismo, corrente minoritaria dell’islam, Teheran non ha mai smesso, dopo la caduta dello scià nel 1979, di proiettarsi oltre le sue frontiere appoggiandosi sulle popolazioni sciite della regione.

Grazie al loro impegno ‘missionario’ islamico e soprattutto nazionalista, gli iraniani sciiti, musulmani ma non arabi, sono diventati imprescindibili in Libano, dove hanno creato e finanziato Hezbollah, l’organizzazione politico-militare sciita che è diventata Stato nello Stato.

Attraverso il Libano e gli hezbollah, l’Iran si è avvicinato alla Siria, contando sul sostegno del clan degli Assad che proviene da una corrente dello sciismo, gli ‘alawiti’.

Per Teheran un doppio successo.

Quando l’intervento degli statunitensi in Iraq ha concesso il potere alla maggioranza sciita, perseguitata ai tempi di Saddam Hussein, l’Iran sciita -persiano e non arabo, ripetiamo- si trovato in posizione di forza in Libano, Siria e Iraq, nel cuore del mondo arabo. Dono statunitense.

 

Matrioska siriana fb

 

Un clamoroso capovolgimento che è stato subito messo in discussione dalla illusoria ‘primavera araba’ nell’intera regione.

In Siria la rivoluzione democratica, inizialmente pacifica, è stata una rivoluzione sostanzialmente sunnita come del resto è la maggioranza della popolazione siriana.

Tutto attorno una partita interna al potere arabo sunnita che coinvolge molti protagonisti.

A contenere la rivolta sunnita, si schiera subito l’Iran che, come visto, corre in aiuto del regime siriano finanziandolo e mobilitando le truppe di Hezbollah, anch’esse sciite.

Ma è il mondo sunnita, nelle sue diverse componenti politico, etnico e religiose, a dover scegliere. Prima tra tutte la Turchia e l’Arabia Saudita, le altre due grandi potenze della regione, entrambe sunnite, che hanno giocato un ruolo di primo piano nel conflitto.

Entrambe gestite da poteri forti, i petromonarchi assoluti e il presidente Erdogan. Entrambe portatrici di interessi nazionali non coincidenti.

Salvo l’essere ambedue contro l’Iran sciita, ovviamente.

 

 

Ankara e Riyadh non potevano accettare che Teheran aiutasse Bashar al Assad a schiacciare la maggioranza sunnita della sua popolazione né che gli iraniani mettessero le mani sulla Siria, rafforzando il loro ruolo nella regione.

La Turchia per parte sua sperava che il regime siriano cadesse prima che la Siria nel caos assoluto dovesse ricorrere ai partigiani curdi anti-Isis e a caccia di autonomia nazionale, riaccendendo la questione curda in Turchia.

Queste ragioni e la miopia politica dei governanti hanno spinto turchi e sauditi ad aiutare in vari modi lo Stato islamico, un’organizzazione di cui il regime siriano aveva favorito la crescita per contrastare l’insurrezione democratica ma che è cresciuta incontrollata grazie agli ex ufficiali sunniti di Saddam che hanno sposato l’idea della creazione di uno stato sunnita a cavallo tra Iraq e Siria.

Ora le due principali potenze sunnite, che avevano trescato col ‘Califfo’ , si ritrovano a dover combattere lo Stato islamico al fianco dell’occidente perché ormai hanno paura del furore jihadista.

 

Kremlin due sito 600

 

Ora in Siria s’è palesata la Russia, che sempre c’era stata, bene armata nella sua base navale di Tartus, e bene attenta a ciò che altri stavano combinando.

Era accaduto nel 2012 quando Vitaly Churkin, ambasciatore russo all’ONU, aveva sconsigliato di fornire armamento alle opposizioni per favorire il dialogo con Assad e la sua successione democratica.

La proposta venne rigettata perché USA, Gran Bretagna e Francia erano convinti che Bashar fosse già sul punto di cadere.

Nel settembre 2013, fu il veto russo ad evitare alla guerra preparata da USA, Turchia, Francia e Gran Bretagna, e nel 2014 ci fu lo smantellamento dell’arsenale chimico siriano, altro intervento internazionale evitato per un pelo.

Quindi la Russia in Siria è protagonista, e da tempo, molto prima di dover arroccare armamenti e difese attorno all’aeroporto di Latakia.

 

Per il ruolo Usa in Siria, momenti di grande imbarazzo.

Le forze degli oppositori ‘democratici’ ad Assad, decisamente sopravvalutate, e quelle dell’Isis pesantemente sottovalutate dagli addetti ai lavori.

Polemica tutta americana, che coinvolge ben 50 uomini dell’intelligence statunitense .

Si tratta di analisti ed esperti della comunità interna delle varie agenzie d’intelligence che hanno formalmente protestato, accusando alti funzionari del CENTCOM -il Central Command del Pentagono, responsabile del coordinamento delle operazioni USA in 20 Paesi del medio oriente- di aver alterato i loro report sullo Stato Islamico, per compiacere la Casa Bianca e l’opinione pubblica.

 

Ennio Remondino

Ennio Remondino

giornalista, già corrispondente estero Rai e inviato di guerra

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