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venerdì 20 Settembre 2019

Adesso scopriamo che
siamo tutti un po’ cinesi

I cinesi possiedono una buona fetta del debito pubblico di Washington. Se vendessero di corsa i bond USA? Cosa farebbero tedeschi, francesi e italiani se Pechino rinunciasse ai numerosissimi investimenti nelle nostre industrie? E una Cina che ponesse limiti alle importazioni? Tutti un po’ cinesi

E così abbiamo finalmente capito quanto è importante la Cina nello scenario economico globale. Prima tale consapevolezza era diffusa soltanto negli ambienti degli addetti ai lavori, vale a dire in circoli economici e politici abbastanza ristretti.

Il grande pubblico aveva, in fondo, una percezione confusa di ciò che accadeva nel colosso asiatico. Alla Cina si continuava a pensare nei termini delle innumerevoli “Chinatown” sparse in tutto il mondo, degli operai e operaie sfruttati sino all’osso a Prato e in distretti industriali simili, non solo in Italia.

 

Il cliché dei cinesi straccioni che lavorano giorno e notte per una manciata di riso e salari da fame era – e lo è ancora – parte dell’immaginario collettivo. Un alone di mistero continua ad avvolgere i cittadini del Dragone, soprattutto quelli residenti all’estero. Tipica la storia dei loro funerali poiché nessuno capisce bene che ne facciano dei morti e dove li seppelliscano.

Folklore e battute perdono ovviamente importanza a fronte di ciò che sta accadendo in questi giorni convulsi, poiché si è visto che una vera crisi economica cinese causerebbe guai enormi a tutti, a partire dai Paesi occidentali per finire con i famosi Brics, dei quali la stessa Repubblica Popolare Cinese fa parte.

 

Dragone fabbrica stretta

 

Gli americani, per esempio, hanno rinunciato alle spacconate assumendo un atteggiamento molto prudente. E come potrebbe essere altrimenti, visto che i cinesi hanno in mano una buona fetta del debito pubblico di Washington? Mette conto chiedersi cosa succederebbe se decidessero di sbarazzarsi in tempi rapidi dei bond USA. Non sarà così, ovviamente, ma l’idea stessa è a dir poco preoccupante.

 

Non solo. Che farebbero tedeschi, francesi e italiani se Pechino rinunciasse all’improvviso ai numerosissimi investimenti nei marchi e nelle industrie europei? Mica facile sostituirli, dal momento che nessun’altra nazione dispone (o disponeva) di una simile liquidità. E, infine, proviamo a immaginare una Cina che decide da un giorno all’altro di porre limiti alle importazioni. L’esito sarebbe drammatico per tutti, e in modo particolare per la Germania di Angela Merkel, che vedrebbe crescere all’improvviso il numero di Mercedes, Audi e BMW invendute.

 

 

Insomma non è uno scherzo: se il Dragone affonda tutti verranno coinvolti, inclusi gli orgogliosissimi giapponesi. Il grado di interdipendenza dell’economia globale è ormai tale che se la cosiddetta “fabbrica del mondo”, cioè la stessa RPC, comincia a tossicchiare, può darsi che il resto del pianeta finisca col mettersi a letto con gli stessi sintomi.

 

Desidero notare, a questo proposito, che gli economisti di professione non osano avventurarsi in previsioni precise e, se non lo fanno loro, i profani hanno ancor meno titoli per tentare l’azzardo. Si rischiano letteralmente delle topiche colossali.

Ciò detto mi pare però che due fatti sia chiari. Innanzitutto non si tratta di una crisi del capitalismo, anche perché finora non sono disponibili modelli alternativi plausibili. E’ piuttosto il dominio – sempre più accentuato negli ultimi tempi – dell’economia di carta su quella reale ad aver innescato la crisi.

 

 

Ne sono alla fine rimasti vittima pure i cinesi che, non essendo tra l’altro abituati a queste cose, si sono fatti abbagliare dal mito dei guadagni facili e cospicui in Borsa. Salvo accorgersi di aver spesso affidato i loro risparmi a ciarlatani e a truffatori. In questo senso non c’è poi molta differenza tra Shangai e Shenzen da un lato, e Wall Street, City londinese e Piazza Affari dall’altro.

Dall’altro emerge con sempre crescente evidenza la grande anomalia della Cina dopo la svolta di Deng Xiaoping negli anni ’80 del secolo scorso. Ai cittadini è stato permesso di arricchirsi, anche se ne hanno approfittato soprattutto i celebri “principi rossi” e i funzionari di partito in genere. Tuttavia il locale partito comunista (ammesso che possa realmente definirsi tale) ha mantenuto un controllo assoluto sull’economia, e dalle sue decisioni dipende “in toto” anche la vita delle Borse valori. Nessuno è in grado di dire fino a quando tale ibrido – un vero e proprio ircocervo – potrà stare in piedi.

 

dragone auto sito

 

Per i motivi già detti nessuno può permettersi di ignorare ciò che accade nella RPC. Ed è pure opportuno notare che, a dispetto dei toni trionfalistici del governo, il debito pubblico cinese ha raggiunge il 282 percento del Pil. La povera Grecia sembra al confronto un esempio di virtù.

Vedremo ora se la leadership di Pechino riuscirà a tenere sotto controllo le crescenti tensioni sociali, dal momento che la popolazione sembra ora più incline a protestare apertamente, com’è avvenuto in occasione della tragedia di Tianjin.

Lo stesso Xi Jinping è stato più volte contestato, ed è dubbio che l’espansionismo militare e la grande parata del prossimo 3 settembre in Piazza Tienanmen possano raffreddare un clima assai teso.

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