• 19 Febbraio 2020

I nostri rifiuti tech
uccidono in Ghana

Un fumo denso e irritante invade il dedalo di stradine fangose che ospitano centinaia di baracche e piccoli negozi di Accra, la popolosa capitale del Ghana. Brucia la gola e la pelle di chi è costretto a respirarlo ogni giorno. È il fumo che emana dal groviglio di cavi elettrici bruciati da cui si ricava il rame. Vecchi televisori, smartphone rottamati, frigoriferi, ferri da stiro, computer, forni, condizionatori, lampade, tostapane e ogni genere di rifiuti compongono la montagna di spazzatura elettronica di Agbogbloshie, quartiere popolare di Accra. Una città nella città, dove migliaia di giovani danno nuova vita agli elettrodomestici che il ricco Occidente abbandona. Ma più spesso si ammalano e muoiono di cancro perché vivono tra l’immondizia tossica.

 

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“Quello che una volta era un paesaggio verde e pieno di frutti è ormai diventato un cimitero di plastica e scheletri di elettrodomestici abbandonati”, dice Mike Anane, attivista ambientale. Accra è diventata la più grande discarica di rifiuti tecnologici al mondo. Li chiamano e-waste; secondo l’Onu se ne contano tra i quaranta e i cinquanta milioni di tonnellate l’anno. Inondano letteralmente intere porzioni della città africana e non solo. I maggiori produttori di questa spazzatura sono Stati Uniti ed Europa. Mentre la Cina ne produce sempre di più. Tutti insieme hanno un peso complessivo pari a sette volte quello delle grandi piramidi di Giza in Egitto. E solo una piccola parte di essi – circa il 15,5% nel 2014 – viene riciclata con metodi che sono efficaci e sicuri per l’ambiente.

 

In Ghana si sta sviluppando un gigantesco mercato dell’hi tech di seconda mano. Si tratta, secondo un’inchiesta di Al Jazeera, di un commercio florido che coinvolge moltissimi lavoratori. I geek neri, ovvero i tecnici africani, hanno un ruolo fondamentale nel processo di recupero e di sviluppo di tutto il Paese. Esiste una rete tentacolare di officine di riparazione e una serie di attività che tentano di sfruttare appieno il potenziale dei rifiuti elettronici. Senza la diffusione dei televisori nessuno avrebbe ad esempio costruito le torri Tv, spiega Robin Ingenthron, fondatore del commercio di Equo Riciclaggio, una organizzazione non-profit che sostiene il riciclaggio dei rifiuti elettronici e il commercio etico.

 

Tuttavia è anche luogo di gigantesche e inquinate discariche di rifiuti elettronici. I dati sulla salute della popolazione locale sono allarmanti. Un team di ricercatori provenienti da Ghana e Stati Uniti hanno raccolto e analizzato i campioni di sangue dei lavoratori di Agbogbloshie. “I campioni hanno rivelato alti livelli di piombo”, spiega la ricercatrice Onallia Osei. Ma come tutte le medaglie anche Agbogbloshie ha due facce. La prima è senz’altro quella dell’insopportabile strascico di inquinamento da metalli pesanti e rifiuti tossici, che fa ammalare e morire le persone. L’altra mette in mostra un grande potenziale produttivo.

 

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“Agbogbloshie è una gigantesca fabbrica a cielo aperto, dove chiunque può raccogliere materiale di scarto e dargli una nuova vita”, spiega l’antropologo Osseo-Assare. Ai ghanesi non piace l’immagine paternalistica con cui li descrivono i media occidentali. Sono coscienti dei pericoli per la salute e delle pessime condizioni a cui sono esposti i lavoratori. Semmai “il problema è come migliorare le condizioni di vita della comunità e ripulire l’ambiente”, dice Janet Gunter, co-fondatrice del progetto Restart. Mancano leggi adeguate per frenare il traffico illecito di rifiuti tossici e il commercio di materiale pericoloso per la salute e per l’ambiente. I tecnici ghanesi non vogliono vivere in mezzo a puzzolenti e dannose discariche, ma lavorare senza più ammalarsi di cancro.

Remocontro

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