Privacy Policy Cina: crisi del capitalismo e dell'economia di carta -
sabato 7 Dicembre 2019

Cina: crisi del capitalismo
e dell’economia di carta

La crisi cinese è solo l’ultimo episodio della crisi del modello capitalistico. Dal 2007, i mutui sub prime, i derivati, Lehman Brothers, il debito sovrano in Europa, i colpi a vuoto di alcuni Paesi Brics, ora la Cina. Fatti concatenati di un sistema impostato sull’economia di carta, sulla finanza

Bisogna probabilmente prendere atto che il modello capitalistico, come lo abbiamo conosciuto, è entrato definitivamente in crisi. Sostituirlo con qualcosa di diverso non sarà semplice, ammesso che ce ne sia la forza e la volontà. La crisi cinese è solo l’ultimo episodio, anche se in questo caso le distorsioni dell’economia reale (produzioni forzatamente orientate all’export, beni che non trovano riscontro nella domanda interna) hanno contribuito non poco allo scoppio della bolla speculativa. Magari si esaurirà da sola, le autorità troveranno una soluzione, ma sicuramente il problema di fondo non sarà rimosso.

E’ dal 2007, dopo i mutui sub prime, i derivati, il caso Lehman Brothers, che le cose sono cambiate radicalmente. Si pensava ad una delle crisi periodiche, come sempre ce ne sono state e si sono poi risolte. Così non è stato. Dopo un paio di anni, l’America era già in recupero, ma subito è scoppiata la crisi del debito sovrano in Europa. Poi i colpi a vuoto di alcuni Paesi Brics, adesso la Cina. Non si può parlare di episodi. Si tratta di fatti concatenati, non casuali. Innescati, piuttosto, da un sistema ormai solidamente impostato sull’economia di carta, sulla finanza.

Due fattori nuovi hanno sconvolto il modo tradizionale di farla: la globalizzazione e la tecnologia. Hanno stravolto tempi, metodi, risultati. L’economia vera, quella che produce ricchezza e valore aggiunto, era stata sempre dipendente dalla finanza ma, tutto sommato, si sostenevano a vicenda. Dal 2007 non è più così.

 

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La grande liquidità pompata da alcune autorità monetarie, la possibilità si operare sui mercati continuamente nelle 24 ore, utilizzando programmi elettronici che impiegano frazioni di secondo per passare un ordine, la stretta interdipendenza tra i mercati, hanno stravolto il sistema. L’economia reale soccombe: si eliminano aziende, produzioni e posti di lavoro come risultato finale. A tutto ciò si aggiunge la scarsa disponibilità di materie prime, di risorse naturali, di terreni agricoli. Le multinazionali sono sempre più impegnate, senza esclusione di colpi, per accaparrarsi questi beni, con l’appoggio dei governi, se del caso.

Non è una guerra dichiarata, ma è una guerra sotterranea che si combatte a livello mondiale, a rotazione settoriale e con tutte le armi a disposizioni. Anche quelle militari, se necessario. La globalizzazione ha facilitato il compito degli speculatori. E non parliamo di privati soltanto, ma di governi, banche, istituzioni sovranazionali, gruppi aziendali. In questo quadro si è fatto più stringente il rapporto tra politica, economia, diplomazia, strategia militare. Continuare così significa esporre il mondo a crisi cicliche che esploderanno a rotazione su quelle nazioni che si sono maggiormente esposte, che hanno impostato troppo le loro economie su modelli speculativi, che sono più indebitate.

 

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La Grecia è stata un piccolo episodio. Quasi un test per provare cosa succederebbe. La Cina potrebbe essere una autentica esplosione atomica. Non riesco a pensare a soluzioni definitive. Il modello potrebbe essere quello di Bretton Woods, quando 730 delegati di 44 nazioni alleate raggiunsero accordi nell’ambito della United Nations Monetary and Financial Conference. Ma parliamo del 1944, quasi a conclusione della guerra. Oggi, la situazione sarebbe molto più complessa.

I singoli Stati possono fare ben poco. I periodici incontri del G 20 non bastano e non risolvono. Bisogna pensare in termini globali. Indire una conferenza permanente sulla finanza mondiale, come quelle che si tengono periodicamente sul clima e l’ambiente. Se si vuole, la speculazione si può imbrigliare. Si potrebbe pensare ad un sistema dove le regole sono uguali per tutti e si fanno rispettare. Istituendo penalità e sanzioni: senza queste, la regola è inutile.

Dichiarare fuori legge l’high frequency trading, ridare spazio alle compravendite di titoli e fondi rappresentativi di attività reali, limitando quella cosiddetta “finanza creativa” che è alla base di tutta la confusione. Per chiarire, non rendere più possibile, con un euro, impostare operazioni per dieci, cento o mille. O vendere cose che non si possiedono. Ciò accade normalmente sui mercati, ma la realtà ci sta dimostrando che questo sistema non regge più.

 

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Non è facile mettere d’accordo i governi, ma sarebbe addirittura impresa epica superare gli ostacoli che metterebbero i portatori di interessi, le lobby ed i cosiddetti poteri forti che gravitano intorno al mondo della finanza: banche, privati speculatori, cartelli o trust, finanziarie, multinazionali, fondi speculativi. Il nuovo ordine che ne verrebbe fuori dovrebbe dare maggiore attenzione alle esigenze dell’essere umano. Pensare e fare le cose che rispondono a necessità reali. Anche le politiche keynesiane fini a se stesse verrebbero ridimensionate. Considerazioni forse utopiche, mi rendo conto.

Ma non è utopia pensare che, perdurando questa situazione, la guerra finanziaria potrebbe continuare ad infuriare su ogni parte del pianeta, a seconda dei casi e dei momenti. Se non si interviene, il risultato finale potrebbe essere la povertà, il caos, il disordine sociale, la guerra. Se ne vedono già i primi segnali in queste disperanti correnti migratorie, in questi conflitti striscianti in diverse aree del globo.

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